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| Anno IV - Numero 92- | ||||
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Antonio Spadaro: la poesia di Carver Dal convegno "L'altro Carver", l'intervento di Antonio Spadaro, critico letterario de "La civilta' cattolica" e autore del volume "Raymond Carver. Un'acuta sensazione d'attesa", dedicato alla poesia del grande autore americano. di Antonio SpadaroRaymond Carver è un grande scrittore. Qualcuno l’ha definito un «classico del Novecento». Le ragioni del suo successo non sono quelle dei best-seller di stagione, ma vivono nello spazio delle tensioni fondamentali di una vita umana, fatta di «caldo sangue e nervi», come scriveva Cechov, uno tra gli scrittori più amati da Carver. Quando Carver ottenne un dottorato honoris causa in Lettere dall’Università di Hartford pronunziò un discorso che prendeva le mosse da un pensiero «limpido e bellissimo» di santa Teresa, da lui definita «donna straordinaria»: «Le parole muovono ai fatti… Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza». La frase che Carver cita è tratta dal capitolo XXV della Vita scritta da se stessa. Santa Teresa si riferisce non alle parole in generale, ma alle «locuzioni interiori», alle parole che Dio rivolge a noi interiormente e che «non si odono con le orecchie del corpo, ma si sentono molto più chiaramente che non percependole con esse». «Le parole dell’intelletto non producono nulla, mentre quelle di Dio – scrive Teresa – sono accompagnate da effetti (es palabras y obras): […] preparano l’anima, la rendono pronta, la portano alla tenerezza, le danno luce e la rendono contenta e tranquilla (disponen un alma, y la abilita, y entenerece y da luz, y regala y quieta)». Più avanti Teresa parla di parole che «fanno disfarsi nell’amore (hacen deshacerse en amar)». Non sappiamo se Carver abbia letto l’autobiografia teresiana o se abbia trovato la frase citata altrove. In ogni caso il suo significato mistico fa sì che la parola letteraria, a cui qui lo scrittore fa riferimento, è di fatto intesa in analogia con la parola silenziosa ma efficace che Dio rivolge all’anima. Assume dunque uno spessore e una densità che va ben oltre il suo significato intellettuale. Tess Gallagher ha notato che quel «muovere» ha il valore di «commuovere» e tale espressione era «una parola chiave nelle ambizioni di Ray come scrittore. Lo troviamo spesso nelle sue recensioni e introduzioni alle varie antologie di racconti. Voleva che i suoi lettori fossero “commossi e anche un po’ stregati”, ma voleva anche dire “redimere” i suoi lettori: nel senso biblico di riscattarli, affrancarli dalla loro “schiavitù”, ma anche di “assolverli”, di “purgarli dal peccato”. Ray lavorava alla sua arte, ma questa lo coinvolgeva nei metodi classici per ottenere l’assoluzione: ascoltare e raccontare. Era convinto che, se fosse riuscito a svolgere questa sequenza in modo abbastanza fedele, i vantaggi si sarebbero trasferiti anche nelle vite dei suoi lettori». Sono parole di importanza decisiva: «Nella narrativa interiore di Ray c’è una sorta di redenzione». Nell’arte di Carver il peso della parola non è dato soltanto dalla sua relazione profonda col reale, ma da una dimensione di commozione redentiva, come si nota soprattutto in due racconti: «Cattedrale» e «Una piccola, buona cosa». In essi si compie un’assoluzione dalla cecità e dal proprio grumo irrisolto di rancore e di odio. Questi due racconti erano i suoi preferiti in assoluto. Racconti in forma di poesia Se vogliamo andare in profondità e provare a rintracciare la conferma di quale sia la vera poetica carveriana, dobbiamo leggere i suoi versi. È lì che troviamo la radice dell’ispirazione artistica dello scrittore. Carver infatti, come ad esempio W. C. Williams prima di lui, nasce poeta e si sente poeta prima che narratore. È stato definito dal poeta Valerio Magrelli un vero e proprio «apicoltore della poesia». I suoi versi sono conosciuti in Italia soltanto da poco tempo e non sono stati il motivo del suo successo neanche negli Stati Uniti. Ma Carver ha affermato: «Io ho cominciato come poeta e così suppongo che sulla mia tomba dovrei essere molto contento se ci fosse scritto: «Poeta, scrittore di racconti e, occasionalmente, saggista. In quest’ordine». In un’intervista ammette: «I miei racconti sono meglio conosciuti, ma, per quello che mi riguarda, io amo la poesia». La svolta poetica non segna l’abbandono della narrazione. Le poesie di Carver, infatti, sono racconti in forma di poesia, narrazioni in versi, prosa poetica. La scelta del verso libero appare motivata innanzitutto dalla capacità di concisione ed essenzialità che gli è connaturale. Certo, uno dei motivi che lo spinse sin dall’inizio verso la poesia è il fatto di non aver tempo di scrivere racconti. Si tratta di una motivazione soltanto in apparenza molto banale, ma che in realtà è in pieno stile carveriano: egli non ha tempo di scrivere racconti di una certa estensione e per esprimersi deve allora puntare all’essenziale. Questo poi non impedisce che egli sia giunto a riscrivere una stessa poesia quaranta volte. «La poesia più che il racconto era per lui una vera ossessione», ribadisce D. Unger. «Se avesse dovuto scegliere tra lo scrivere una storia o una poesia – se gli scrittori veramente hanno questa possibilità di scelta – io penso egli avrebbe preferito la poesia». Nella prosa e nella poesia la «voce» è la stessa, ma le poesie «sono più personali delle storie. […] La poesia dà a Ray la possibilità di parlare in modo diretto». Il suo non è un lavoro di cesello calligrafico dell’espressione linguistica e tanto meno vuoto sperimentalismo. Non gli è propria l’eleganza espressiva. È stato giustamente detto che Carver «ci ha sempre chiamati da un luogo preciso. Da lì abbiamo ricevuto nel tempo un segnale forte e sporco. Nulla di inesatto, ma anche nulla di estetico». È difficile ricordare versi particolarmente riusciti e citabili, se isolati dal contesto della poesia carveriana. Dopo la lettura rimangono in mente non parole ma immagini. E questo è più tipico della prosa che della poesia. Se Carver è narratore, lo è perché prima è poeta: «Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l’emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto […] che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!)». Nella poesia non è in genere l’azione a tenere viva l’espressione, ma la densità della parola. In Carver però la parola non è mai altisonante né aulica, né ricercata. Il tono è piano, quotidiano, raso terra, si direbbe. Così la parola quotidiana è tesa al massimo della propria capacità espressiva. L’effetto più evidente è la capacità di generare una sensazione di intensità legata a gesti semplici. A volte verrebbe da dire alla fine della lettura di una poesia: tutto qui? Quando ci si rende conto che effettivamente è tutto lì, si rilegge il testo e si apprezza che quell’atomo di vita è veramente, in genere, ben capace di generare poesia. Ciò non vuol dire che nelle poesie di Carver non ci siano momenti di aridità. Ci si può chiedere senza risposta il perché di una versificazione che appare inutile, arbitraria, poco efficace. In ogni caso la risposta può essere trovata comprendendo il fatto che le poesie di Carver restituiscono emozioni non in forma pura e distillata, ma attraverso brevi schizzi che tratteggiano piccole situazioni, ricordi, gesti, brevi dialoghi. Si può parlare correttamente di emozionalità nel testo carveriano se si considera quello che, come si è visto, è stato definito come understatement of emotion, il fatto insomma che l’emozione sia espressa sempre con riserbo, quasi sottotono. C’è differenza del resto, afferma Carver, tra «sentimento» e «sentimentalismo». Egli si dichiara interessato alle relazioni personali e profonde nella letteratura, come lo è in quelle che si sperimentano nella vita. Il motivo? Queste esperienze «sono, dopo tutto, qualcosa che noi tutti condividiamo come lettori, scrittori ed esseri umani». È forse proprio l’universalità della vita emozionale che plasma sottotono l’emozione, privandola dei suoi connotati troppo soggettivisticamente esaltati. Gli effetti della sua prosa e della sua poesia dunque sono simili: «Li scrivo nello stesso modo e direi che gli effetti sono simili. C’è una compressione del linguaggio, dell’emozione, che non è propria del romanzo». Il suo traduttore giapponese, Haruki Murakami disse una volta a Carver: «Certe volte i tuoi racconti li vivo come fossero poesie e altre volte le tue poesie come fossero racconti», e il regista Altman, con una sfumatura più illuminante: «Raymond Carver fa poesia del prosaico». È nella poesia che va cercata la vera fonte della sua narrativa e di quella che egli stesso, citando Ezra Pound, defìnì come accuracy of statement, un’accuratezza di espressione. Questa precisione, frutto di cura appassionata e paziente, è una sorta di vera e propria «moralità dello scrivere». La poesia come «corrente spirituale» Perché tanta importanza alla poesia? Perché l’attenzione di Carver naturalmente è portata a concentrarsi su eventi minimi e quotidiani ed è in grado di produrre sintesi folgoranti proprie più della poesia che della prosa. Carver condivideva il principio di W.C. Williams: niente idee se non nelle cose; si tratta di vedere la realtà che sta di fronte, quella più ordinaria e quotidiana, quella sulla quale spesso non si posano gli occhi: […] I had to will myself to see what I was seeing and nothing else […] […] Dovevo risolvermi a vedere quello che stavo vedendo e nient’altro […] scrive in «Stamattina». Negli ultimi anni lo scrittore ripeteva la frase di Rilke: «Poesia è esperienza». L’estrema concentrazione sull’esperienza del reale conduce il suo maggiore studioso, W. Stull, a discernere come l’esperienza personale venisse investita di risonanze in qualche modo mistiche: Tess Gallagher afferma che nelle poesie di Carver si può trovare la «corrente spirituale» che lo ha spinto a scrivere racconti brevi. La poesia è «questione di vita o di morte» La poesia per Carver è questione di vita e di morte: «Mi interessa la poesia che parla di grandi questioni, questioni di vita e di morte, sì, e la questione di come stare al mondo». Così l’Ultimo frammento (Late fragment): And did you get what you wanted from this life, even so? I did. And what did you want? To call myself beloved, to feel myself beloved on the earth. E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra. Questo frammento è anche l’epitaffio sulla tomba di Carver e sembra riassumere il senso della sua opera per la pacata densità. L’uomo è compresso in situazioni di non-amore: incomunicabilità, vuoto, piccole e grandi tragedie quotidiane. Le sue piccole paure sono riflesso della sua estrema fragilità, di una radicale paura della morte che evoca tenerezza e fa comprendere il radicale bisogno di «sentirsi amati sulla terra». Questo frammento, nella sua semplicità, ha la forza di una spada, perché è capace di giungere al cuore delle domande di una vita che tenta un bilancio. L’estrema umanità che si muove tra un certo spaesamento nella vita, la paura della morte e il bisogno di essere amato – sentimenti che emergono con immediatezza dagli scritti di Carver – fa comprendere come la sua espressione sia frutto di quella sorta di necessità interiore che contraddistingue l’ispirazione artistica veramente umana e incarnata. Non troviamo nell’opera carveriana trucchi, orpelli, stratagemmi per catturare il lettore. La tecnica è garantita da una bruciante capacità di porsi in relazione alla vita, ai fatti, agli oggetti, alla realtà. La parabola artistica di Carver compone un itinerario alla ricerca dell’essenziale nelle vicende e nel modo di raccontarle. Se nei primi racconti questa essenzialità è stata in parte pilotata da un lavoro di editing di un certo peso, la vera «voce» e il vero «timbro» della scrittura di Carver è emerso nei suoi racconti da Cattedrale in poi. Per cogliere in radice i valori della sua poetica occorre comunque tornare all’esperienza della poesia, dove egli sentiva di poter lasciare una traccia più forte e intima della propria capacità espressiva. Accostarsi alla sua poesia significa cogliere come letteratura sia non questione di ornamento o di velleità, ma reale «questione di vita o di morte» nel senso più pieno di rapporto profondo e intenso con ciò che più è insito nelle esperienze fondamentali di ogni essere umano: amore, morte, abbandono, gioia dell’essere al mondo, interiorità, frustrazione e soprattutto vita quotidiana, quella più comune e ordinaria e nello stesso più vera e concreta. Le sue sono dunque poesie ardenti: The next poem I write will have firewood right in the middle of it, firewood so thick with pitch my friend will leave behind his gloves and tell me, “Wear these when you handle that stuff” […]. La prossima poesia che scriverò avrà della legna proprio al centro, legna da ardere così intrisa di resina che il mio amico mi lascerà i suoi guanti e mi dirà: “Infilati questi prima di maneggiare quella roba”[…]. |
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