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| Anno IV - Numero 92- | ||||
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Duranti: L'incontro con Carver (racconto) Riccardo Duranti è il traduttore italiano di tutta l'opera di Raymond Carver e lo è per esplicita volonta' dell'autore. Ecco, in forma di narrazione, il racconto del loro primo incontro. Racconto di Riccardo DurantiGli ci volle un po’ per capire come funzionava il telefono pubblico in quel terminal rumoroso e affollato. Si spostò da un piede all’altro e, mentre ascoltava lo squillo remoto, tastò il bagaglio a mano per controllare che la bottiglia di vino fosse ancora intatta. Aveva cercato un’ora intera in quell’immensa bottiglieria newyorchese il vino del suo paese per brindare con la poetessa che l’aveva invitato a passare qualche giorno con lei. - Hello, Tess? Sto per salire sull’aereo. In orario. Dovrei arrivare tra poco più di un’ora. - Ah, che bello sentire di nuovo la tua voce. Ora non vedo l’ora di vederti. Dopo quattro anni! Però, senti, mi dispiace, ma sono in convalescenza per un piccolo intervento che ho subito. Non posso venire a prenderti all’aeroporto. - Prendo un taxi? È lontano? Già il brusio dell’aeroporto, più la cattiva qualità della linea gli stavano mettendo addosso una strana agitazione. Ora anche questa ulteriore difficoltà. Che intervento? Non ne aveva accennato nella precedente telefonata. Quand’era stata? Tre o quattro giorni prima. - No, verrà Ray a prenderti.- Ma come faccio a riconoscerlo? Almeno di te ho visto qualche foto sui tuoi libri, ma lui? - Oh, non ti preoccupare. L’aeroporto di Syracuse non è mica tanto grande. E poi lo riconoscerai subito: appena vedi un grosso orsacchiotto impacciato, stai sicuro che è lui. Ci mancava solo l’orsacchiotto, adesso. Forse non era stata una buona idea, dopotutto. Magari sarebbe stato meglio continuare a scriversi e a scambiarsi poesie per posta, senza tutte queste complicazioni. Fissò la scatola nera del telefono. Qualcosa nella voce della donna all’altro capo del filo, però, gli suggeriva d’insistere. L’altoparlante gracchiò un annuncio. Riconobbe il numero del suo volo. - Va bene. Digli di cercare uno con pochi capelli e molta barba e con una valigia nera. Ci vediamo tra poco. - Non vedo l’ora. Vedrai ci divertiremo quassù, in mezzo alla neve. Spero tu sia ben coperto. - Sì, sì. Riguardati. Stanno chiamando per l’imbarco. In effetti, l’aeroporto di Syracuse quel pomeriggio era semideserto. I pochi passeggeri che erano scesi con lui si erano dispersi subito. Appena ritirato il bagaglio uscì da solo e per ultimo nella piccola sala d’aspetto e in fondo individuò subito “l’orsacchiotto”, anche se da quella distanza sembrava piuttosto un gorilla. L’altra sorpresa l’ebbe quando, andandogli incontro per stringergli la mano e salutarlo, fu accolto con nervosismo sfuggente e un belato sussurrato che contrastava abbastanza con la mole imponente dell’uomo, che oltretutto gli tolse la valigia di mano e lo trascinò quasi di corsa all’esterno, verso un maggiolino parcheggiato accanto al marciapiede. Che fretta avrà mai? si chiese, perplesso per quel brusco benvenuto. Anche il modo di sistemare la valigia, accendere il motore e di immettersi nello scarso traffico diretto in città gli parve denotare imbarazzo, se non proprio irritazione. Tra l’altro, al primo belato non era seguita altra parola se non un timido “Da questa parte” appena fuori dall’aeroporto. La responsabilità della conversazione sembrava ricadere quindi tutta sulle sue spalle. - Mi dispiace che Tess non si senta bene. Ma cosa le è successo? - Oh, sai, cose di donne. Niente di grave. - Spero di non disturbare troppo.Unica risposta, un grugnito che poteva essere interpretato in qualsiasi modo. Si rovistò il cervello in cerca di un argomento di conversazione che riuscisse a far uscire quell’uomo dall’evidente disagio che la sua presenza sembrava procurargli. Il fatto di non sapere niente di lui, al di fuori del fatto che era il compagno della poetessa che era venuto a conoscere, gli impediva di trovare una battuta d’apertura. Ricorrere al tempo che fa gli sembrava così banale. - Insegni anche tu qui al college? - No. Non più. Almeno per ora. - Ah, che bello! Vorrei tanto sapere come si fa a smettere.L’autista sorrise brevemente e alzò le spalle.- Nel mio caso, pura fortuna.Aspettò invano che aggiungesse qualche particolare. Dopo qualche secondo gli fu chiaro che se l’orsacchiotto aveva la formula della fortuna era ben deciso a non condividerla con lui. Gettò uno sguardo fuori dal finestrino e, all’improvviso, parlare del tempo non gli sembrò più una cattiva idea. - Cosa sono quei mucchi grigiastri ai lati della strada? - Sale. - Sale? - Sai, per evitare il ghiaccio sull’asfalto. - Certo avete parecchia neve qui. A New York non faceva ancora tanto freddo.- Già.Un’altra pista senza sbocco. Avrebbe voluto spiegargli che cosa aveva fatto a New York per un mese, ma era evidente che la sua curiosità non era stata minimamente risvegliata. - Bene, siamo quasi arrivati. Abitiamo alla prossima strada. Si sentì sollevato dall’annuncio. In casa, l’accoglienza di Tess fu di tutt’altro tenore. Calda e vociante. Domande e risposte si erano incrociate dal momento in cui aveva messo piede nella veranda chiusa da vetri che immetteva nell’ingresso vero e proprio, poi dentro il salotto con un fuoco scoppiettante nel camino, su per le scale fino all’ampia mansarda che fungeva da biblioteca, dove un futon piegato al centro del pavimento gli fu indicato come il luogo dove avrebbe dormito. Dopo quattro anni di disincarnati scambi epistolari, la presenza reciproca sembrava esilarare entrambi e il ghiaccio non ebbe neanche il tempo di formarsi. Ray, intanto era sparito.A salvarli dalla leggera vertigine della conversazione fu lo squillo del telefono. Tess rispose, ma poi lanciò un grido a Ray, di sopra, perché prendesse la chiamata sull’altro telefono. Dopo aver riattaccato, guardò l’orologio ed esclamò: - Ma è ora di cena! Starai morendo di fame! - Be’, veramente io sono abituato a mangiare più tardi. - No, è tutto pronto. E se non ti dispiace, mangiamo subito perché a quest’ora Ray starà già dando i numeri… Vedrai che finirà presto di parlare al telefono. Andiamo in cucina, se non ti dispiace. Come previsto da Tess, Ray li raggiunse in cucina dopo qualche minuto. Sembrava preoccupato. Camminava avanti e indietro, come in cerca di qualcosa, neanche lui sapeva bene cosa. Tess lo pregò di apparecchiare la tavola. L’ospite si ricordò della bottiglia di vino che aveva nella borsa. Si scusò e salì di sopra a prenderla. Attraversandola da solo, la casa aveva un aspetto accogliente e solido e soltanto qualche dettaglio aggiungeva un tocco di eleganza e di originalità ai severi mobili bruni che s’intravedevano dalle porte aperte delle camere. In tutte la luce era accesa, anche se non c’era nessuno. Quando ridiscese brandiva trionfalmente la bottiglia di Colli Lanuvini D.O.C. e la porse alla poetessa con un inchino. - Così tu e Ray potrete assaggiare un po’ del sole delle mie parti, in mezzo a tutta questa neve. - Ah, che pensiero gentile! Ma Ray non beve. Mettila a tavola. Le faremo onore tu e io. - Oh, mi spiace… - Perché mai? È il pensiero che conta, no? Ray, puoi trovare un cavatappi per il nostro ospite italiano, per favore?Ray, frugò in un cassetto e tirò fuori un cavatappi a vite. L’ospite tentò di nuovo di coinvolgerlo nella conversazione: - Scusa, non sapevo che eri astemio, altrimenti avrei portato qualche altro prodotto del mio paese. - Oh, non fa niente. Magari la prossima volta. - Cosa ti piacerebbe? - Non so. Tu che dici? Un tartufo, forse. - Ah, sì, buona idea. Ma non so mica se lo farebbero passare, alla dogana.Quando sono arrivato a New York, il mese scorso, alcuni passeggeri del mio volo sono stati costretti a mangiarsi tutto il prosciutto che avevano portato per i loro amici, prima di essere ammessi dall’altra parte della barriera. - Non mi dire?- Sì, sì. Anzi, siccome era troppo, l’hanno diviso con quelli che stavano in fila con loro. Una fettina l’ho assaggiata anch’io. - Beh, in tanti anni di cose strane ne ho sentite la mia parte, ma questa è proprio buffa. Vero, Tess? - Molto divertente, sì. Avrei voluto esserci anch’io. Te l’immagini? Chissà quante cose buone dal mondo vengono consumate lì, su due piedi. Coraggio, ragazzi, a tavola che sono pronta a servire la cena. Mangiarono con appetito l’arrosto e le verdure che Tess aveva portato in tavola. Man mano che la cena procedeva e Ray si abituava all’ospite, questi notò che “l’orsacchiotto” si stava rilassando visibilmente e il suo contributo alla conversazione era più ricco e articolato, nonostante la sua metodica concentrazione sul cibo. Semmai era lui, ora, a sentirsi via via più a disagio, specie quando Tess proponeva un brindisi e Ray alzava il suo bicchiere di succo d’arancia per farlo tintinnare con i loro calici di vino. Quell’asimmetria, chissà perché, lo disturbava. Ben presto, però, l’atmosfera più distesa ebbe la meglio e anche lui ritrovò il gusto della conversazione, rispondendo alle domande di Tess sul suo lavoro di traduttore. Aveva già raccontato un paio di aneddoti sulle sue disavventure con gli editori e la cosa sembrava aver destato l’interesse di Ray che, alla fine, si era improvvisamente alzato ed era andato in salotto. Erano ormai arrivati al dessert e infatti Ray tornò con una scatola di cioccolatini e un libro. Offrì la scatola all’ospite, poi a Tess. Quindi prese una manciata di praline e le mise accanto alla propria tazza di caffè. Si accese una sigaretta e dopo aver spento il fiammifero con la prima boccata di fumo, lanciò un sorriso tra imbarazzato e sornione all’ospite seduto di fronte a lui. - Mi chiedevo se puoi darmi un parere professionale. - Professionale? Sui cioccolatini?Risero tutti e tre, per la prima volta in sintonia. Ray scosse la testa e agitò una mano come per diradare, oltre al fumo della sigaretta, l’equivoco che la battuta aveva rivelato. - No, no. Su questo. Così dicendo, prese il libro e glielo porse attraverso il tavolo. - L’editore me ne ha mandate diverse copie, ma io non so a chi darle. E non ho idea di come sia venuto. Quindi, mi chiedevo se ti farebbe piacere averne una copia e se potevi darmi un tuo giudizio sulla qualità della traduzione. L’ospite era stato colto di sorpresa e si sentì arrossire. Si rigirò il libro tra le mani. Gli pareva impossibile, ma non c’era dubbio: inequivocabilmente, era un libro in italiano, pubblicato dal maggiore editore del suo paese. Sfogliò le prime pagine. Uscito l’anno prima. Non se ne era mai accorto. Eppure, eccolo lì, concreto, nelle sue mani. Con il nome dell’autore che lo prendeva a calci negli occhi. Cercò in quarta di copertina se ci fosse una foto che fornisse una conferma o una smentita al sospetto di trovarsi di fronte a uno scherzo, a una coincidenza incredibile. Il nome lo conosceva. In un lampo gli venne in mente la conversazione avuta con un’amica americana, quattro o cinque anni prima, che gli consigliava di leggere quell’autore, “molto strano, pieno di complessi – ma il più promettente autore di racconti che abbiamo”. Aveva cercato di seguire il consiglio, ma non era riuscito a trovare un suo libro e aveva letto solo un racconto che l’amica le aveva prestato in fotocopia. Gli era piaciuto, ma era così occupato a tradurre poesie, all’epoca, che aveva lasciato cadere il suggerimento. E ora, inaspettatamente, si ritrovava tra le mani, il risultato di un’equazione impostata senza saperlo anni prima: Ray = Raymond, Raymond Carver = l’orsacchiotto impacciato dall’altra parte del tavolo che ora lo guardava incuriosito, mangiando un cioccolatino dietro l’altro, in attesa di un “parere professionale”. Da lui, che ora si sentiva tutt’altro che professionale e terribilmente in colpa. Inghiottì a vuoto e lanciò uno sguardo disperato a Tess, che gli sorrideva raggiante e gli offriva un altro cioccolatino. Lui sentiva già che quella notte non avrebbe chiuso occhio. |
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