Anno IV - Numero 92-
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Bibliografia italiana

- La montagna Hira, Bompiani, 1964
- Ricordi di mia madre, Spirali Edizioni, 1985
- Vita di un falsario, Il Nuovo Melangolo, 1995
- La corda spezzata, Edizioni CDA & Vivalda, 2002
- Il fucile da caccia, Adelphi, 2004


La poesia che apre le porte alla vita
Una gemma preziosa, un libro da non perdere. Per la prima volta in Italia il romanzo breve di Inoue Yasushi, pubblicato nel 1949 ma arrivato in Italia solo qualche mese fa.
di Francesca di Mattia

A volte, un’opera universalmente riconosciuta come un capolavoro di stile e narrazione non provoca nel lettore alcuna emozione particolare, lasciandolo freddo e distante. Talvolta accade il contrario, e cioè che libri giudicati modesti dai più incontrino, per ragioni insospettabili e sconosciute, la strada del cuore.
Ma chi scrive ha sempre pensato che, quando una perla rara riesce a smuovere l’animo di chi legge e gli permette di intravedere nuovi arabeschi di poesia, allora si verifica un piccolo miracolo, un incontro mirabile di arte e vita.
E’ il caso di questo gioiello indiscusso, “Il fucile da caccia”, che ci sospinge in un’atmosfera rarefatta di silenzi, in cui si svela lentamente il destino dei personaggi, e provoca piccole onde di sensazioni simili e contrapposte, che si incrociano continuamente, fino alla fine: un libro poco conosciuto nel nostro paese, come il suo autore, del resto, che è stato invece uno dei maggiori scrittori giapponesi del Novecento, critico d’arte, poeta e appassionato studioso di Leonardo da Vinci.
Yasushi, morto nel ’91, esordì nella prosa a quarantadue anni con questo breve romanzo di cento pagine scritto nel ‘47, tradotto in italiano dal bravo Giorgio Amitrano e pubblicato da Adelphi circa due mesi fa.

Ambientato nel dopoguerra, il libro mette a confronto un poeta e l’oggetto dei suoi versi: un giorno un vecchio amico del liceo, direttore della rivista “L'amico del cacciatore”, il modesto bollettino dell'Associazione venatoria giapponese, gli chiede di scrivere una poesia. L’artista, non più giovane, è assolutamente inesperto di caccia, ma ad un tratto ricorda di essere stato colpito, tempo prima, durante una vacanza alle pendici del monte Amagi, dall’immagine di un cacciatore che risaliva un sentiero erboso, in compagnia del suo fucile e di un cane.
Il poeta non ci pensa due volte, e in poche righe traccia un ritratto - intitolato “Il fucile da caccia”, per l’appunto - di quest’uomo sconosciuto, simbolo della solitudine umana, “un freddo guerriero”, dal “passo così lento, calmo, freddo”, che emana “una strana bellezza, umida di sangue”.

Il bollettino pubblica la poesia, del tutto fuori luogo e in assoluto contrasto con tutti gli altri articoli, dal taglio ben più pratico. Il poeta è convinto di aver fatto una figuraccia, e quasi si pente di aver accolto la richiesta dell’amico.
Ma la sorpresa arriva qualche mese dopo, quando il cacciatore con il “fucile lucido e splendente”, riconosciutosi nel poemetto, contatta l’autore: si chiama Misugi Jōsuke, è un uomo di mezz’età, fa parte di una ricca famiglia giapponese e possiede diverse ville in luoghi splendidi, tra Tokyo e Kyoto. Spiega la situazione all’incredulo poeta, ma non si limita a fargli i complimenti e ad esprimere il suo stupore per la singolare coincidenza.

La poesia preannuncia il lento dipanarsi della vita di Misugi.
E’ come se, a questo punto, egli si fosse trasformato in personaggio sulla pagina di un dozzinale giornalino e, in quanto tale, decide di affidarsi completamente al proprio creatore, facendogli conoscere il suo doloroso segreto. Lo svelamento di tutto sé stesso, attraverso tre lettere scritte da tre donne diverse: Midori, la moglie insoddisfatta, umiliata e infedele; Saiko, sorella della moglie e sua amante per tredici anni, lacerata da una felicità minata dal rimorso; e la giovane figlia di quest'ultima, Shōko, traumatizzata dalla scoperta della malvagità e dell’ipocrisia del mondo degli adulti.

La maggior parte dello spazio narrativo è dedicato alla trascrizione delle lettere, che progressivamente vengono alla luce rompendo una superficie di ghiaccio, e che spiegano la relazione clandestina vissuta in modo totalizzante dal solitario cacciatore.
Un contrappunto di voci che rimandano alla presenza dell’uomo, in cui ognuna esprime il suo punto di vista, le ragioni, i torti, le bugie.
Un ordito sottile che svela al poeta – e al lettore – ciò di cui Misugi stesso era forse ignaro, e che accompagna le quattro esistenze cadenzate da un’orientale ritualità, in un Giappone fatto di inquietanti scogliere, mare invernale “di un blu di prussia che sembrava essere stato spremuto direttamente da un tubetto di colore”, haori di seta, case eleganti, corse di cavalli e quadri raffinati.

Lettere d’amore, odio, pentimento, rimpianto… parole di donne legate da una stretta parentela, cosa che non stupisce, se si pensa alla tradizione del grande romanzo giapponese.
Parole in cui i sentimenti - soprattutto l’amore, quello tenuto nascosto e protetto per un tempo lunghissimo, un amore che è sinonimo di “colpa” e “morte” -, si esprimono attraverso i colori della natura e dei tessuti indossati, le maschere umane incapaci di mentire fino in fondo, gli animali assurti a simboli del tormento interiore, come il serpente che si agita nell’anima dell’amante morente: una presenza doppia, inevitabile, che ogni essere scoprirà, prima o poi, dentro di sé. L’egoismo, la gelosia, il destino, si chiede Saiko? No, piuttosto un segreto antico che pochi ammettono, e la cui presa di coscienza è dolorosa, perché rivela l’esistenza di un’altra parte di sé, tenuta al riparo dalla paura: “Forse una specie di karma… che la nostra forza non ci basta a mutare?... Che cos’è questa cosa insopportabilmente orribile, insopportabilmente triste che gli uomini si portano dentro?”.

E ancora, in modo speculare, fuoriescono come boccioli riflessioni sull’amore, quello dato e quello ricevuto: “Ed esiste, in questo momento, una donna che possa dire davanti a Dio: Io ho amato? Sì, sono sicura che esiste. Forse la ragazza dai capelli sottili crescendo è diventata una di quelle poche elette. Avrà magari i capelli in disordine, il corpo segnato dalle ferite, gli abiti a brandelli, ma potrà dire a testa alta, con fierezza: Io ho amato. Ed esalare l’ultimo respiro”.

Dopo la lettura di queste lettere, la breve poesia iniziale quasi è caduta nell’oblio, oscurata com’è da tanto vissuto. Quelle poche righe si confrontano con tracce umane di esistenze reali, di sofferenze e gioie impensabili.
Il mondo della vita supera dunque quello dell’immaginazione? E chi è veramente il cacciatore, adesso, cosa rappresenta ormai il suo fucile? Non v’è risposta.
Il poeta si limita ad andare verso la finestra e a respirare la notte. Lo pervade “una leggera ebbrezza”, forse quella di aver messo a nudo l’invisibile, di aver creato lui stesso, chissà, questa trama insolita, e così, nell’equilibrio instabile dove arte e vita si sfiorano, si abbandona alla contemplazione, “di quello che Misugi aveva chiamato il bianco alveo di un fiume desolato”.
Ma attenzione, il cacciatore non ha mai pronunciato queste parole. Si trovavano nella poesia, messe in bocca al cacciatore dallo stesso poeta. Più che mai Misugi, uomo e personaggio nello stesso tempo, continua, inesorabile, a risalire il sentiero.

Yasushi riesce magistralmente ad emozionare, commuovere, stupire. E’ abile nel cesellare le tre diverse testimonianze, ed ogni evento, ogni piccola grande tragedia, ogni micro-movimento si incastra perfettamente l’uno nell’altro. Dosa ogni riga con sapienza, e un magico funambolismo restituisce in pieno ogni sfumatura, che si specchia nelle altre.
Il cacciatore diviene così “soggetto parlante”di riflesso, trasformato dalle parole delle donne – la vita -, e dai versi casuali del poeta – l’arte.
Resta un urlo trattenuto, un’implosione esistenziale che, al di là di ogni menzogna svelata, mostra che ogni essere umano è solo e inavvicinabile.

Inoue Yasushi
Il fucile da caccia
Adelphi “Piccola Biblioteca”, 2004 pp. 101, euro 7,50
Traduzione di Giorgio Amitrano