Anno IV - Numero 92-
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“Mi racconto, mi scrivo"
Come passare dall’autobiografia al racconto autobiografico? Ne parliamo con Michela Carpi che, insieme alla scrittrice Christiana de Caldas Brito, è responsabile di un laboratorio di scrittura autobiografica a Roma.
di Stas' Gawronski

D. Qual è il senso di un laboratorio di autobiografia? Perché questa specificazione “dall’autobiografia al racconto autobiografico”?

R. Il senso del laboratorio non è far sì che i partecipanti raccontino la propria vita, ma che trasformino la propria vita in un racconto. La risposta è tutta in questo trasformare: perché se è vero che ogni vita è degna di essere vissuta e altrettanto degna di essere raccontata, è pur vero che è necessario un lungo lavoro perché il racconto di quella vita sia degno di essere scritto. E letto da altri.

D. Come è nata l’idea di un laboratorio di autobiografia?

R. Dalla constatazione di un fatto abbastanza comune: chiunque decide di partecipare a un laboratorio di scrittura, chiunque è agli inizi nella scrittura“narrativa”, chiunque tenta di scrivere i suoi primi racconti, inevitabilmente finisce per parlare di sé, delle proprie esperienze, del proprio modo di pensare. Spesso leggendo questi racconti si ha come l’impressione di leggere la cronaca della vita di chi li ha scritti, anche se i personaggi sono diversi o il contesto è diverso. Badate bene, non ci sarebbe niente di male in questo, se fosse una scelta, ma il più delle volte non lo è, e allora leggiamo di storie ambientate a New York con personaggi che si chiamano Jim e Jane ma che si spostano in motorino sul lungofiume, per non dire Lungotevere, che leggono Fenoglio e ascoltano Battiato. Insomma, si viene a creare una grande confusione: è come se i personaggi del racconto si trovino a dover combattere contro la vita di chi li sta raccontando e che prepotentemente si sovrappone alla loro. C’è, insomma, un eccesso di autobiografismo in storie che autobiografiche non sono. Allora io e Christiana de Caldas Brito ci siamo proposte di fare scrivere veri e propri racconti autobiografici. Abbiamo detto: «Se avete voglia di parlare di voi, se avete voglia di dire quello che pensate o raccontare quella cosa lì che proprio tutti, secondo voi, dovrebbero leggere, prego, fate pure. Ma sappiate che è difficile. La sfida è più coraggiosa e la posta in gioco più alta, perché dovrete sapervi mettere in discussione ancor più di quanto non facciate scrivendo e basta.» Più o meno questo è quello che ci viene da dire: scrivete e cercate di far sì che qualcuno abbia voglia di leggervi.

D. Da qui il nome del laboratorio: “mi racconto, mi leggono”?

R. Esattamente. L’idea è questa: osservare se stessi e trasformare le vicende della propria vita in episodi di un racconto. Per arrivare a questo, dicevo, è necessario esercizio sul testo e lavoro anche su se stessi: è necessario saper “entrare” negli eventi vissuti, nelle emozioni provate e poi “uscirne” per descriverli. Non c’è niente di esoterico, filosofico o psicologico in questo. Si tratta soltanto di capire bene qual è la storia che si vuole raccontare, quali aspetti di quella storia, quali sentimenti e quali pensieri: per capirlo è necessario rivivere tutto questo dentro di sé, far rivivere in se stessi tutto quell’insieme di storia, sentimenti ed emozioni. E fatto questo bisogno saper allontanarsene, scrivere come se si stesse scrivendo di qualcun altro.

D. Non si rischia di finire nel sentimentalismo, nell’autocompiacimento o, al contrario, nel giudizio su se stessi, nell’autocensura?

R. «Voi non siete quello che scrivete» ripetiamo continuamente. «Voi state raccontando storie e queste storie possono essere belle o brutte, scritte bene o male e riguardare santi o peccatori. Ma voi siete voi, non siete più quell’io che è tra le pagine del racconto». Bisogna imparare a distinguere la vita reale, l’esperienza, e l’artificio ovvero la finzione, l’arte. Le due cose non si escludono ma non si possono neanche confondere, sovrapporre. Soprattutto però, non possono fare a meno l’una dell’altra: l’arte non può fare a meno della vita, la vita dell’arte.

D. Il rapporto tra arte e vita… immagino dunque sia un problema che si pone spesso nel vostro laboratorio.

R. Sempre. Sempre l’arte entra in dialogo con la vita, e la mette in discussione. Spesso durante il laboratorio leggiamo dei testi proprio per vedere come un autore sia riuscito a parlare di se stesso e della propria vita in maniera tale da rendere quell’esperienza universale, emblematica… un’esperienza nella quale ciascuno possa riconoscersi. Mi spiego meglio: nel raccontare quel fatto lì accaduto a lui riesce poi a raccontare quel fatto lì accaduto a ognuno di noi. Sono questi gli autori che ci interessano. Perché interrogano le nostre vite, dialogano con i nostri pensieri. Ci interessano autori che parlano della vita e ci interessa scrivere di tutte quelle cose che nella vita accadono o possono accadere, e che hanno un valore di per sé, non solo perché sono reputate interessanti dalla persona che in quel momento le scrive.

D. Il vostro laboratorio nasce in un contesto particolare, quello dell’associazione culturale “Bombacarta” che ha anche un proprio Manifesto di impegno culturale. Come mai?

R. Proprio perché il rapporto tra arte e vita è al centro del nostro modo di intendere la scrittura. Nel Manifesto di BC troviamo che: «affidare all’arte la comunicazione della propria esperienza e del proprio linguaggio significa mettersi in gioco nella ricerca della propria identità» e che “un'espressione della creatività è "buona" se portatrice di una verità sul nostro esistere, sul nostro mondo, sulla nostra fantasia”. Nella pratica non è così facile come nella teoria, ma se non altro sappiamo verso quale direzione stiamo andando, quando scriviamo.

D. Nel caso di una scrittura autobiografica, il rischio non è quello che poi ci sia una sorta di eccesso di vita rispetto all’arte?

R. Si, in parte si. Il rischio dell’eccesso di vita c’è, e nella pratica si traduce in racconti o molto sdolcinati o molto arrabbiati, insomma molto, troppo carichi di emozioni e del tutto privi di storia e di bellezza. Proprio contro questo rischio c’è bisogno di essere vigili e di darsi alcune regole. Per esempio può essere utile chiedersi: «come posso far sì che quello che scrivo interessi anche un altro lettore?». C’è bisogno di molta consapevolezza per trovare una risposta e non a caso il nome che abbiamo scelto per il laboratorio prevede non solo un: “mi racconto” ma anche un: “mi leggono”. Non dobbiamo mai dimenticarci che alla fine è qualcun altro che legge quello che abbiamo scritto. Non credo a chi dice “scrivo per me stesso”. Chi scrive per se stesso, tiene le sue cose chiuse a chiave in un cassetto e lì le lascia per sempre. Scrive per sfogarsi, divertirsi, giocare, passare il tempo. E non c’è niente di male e può farlo come vuole. Ma chi le cose le tira fuori dal cassetto, allora vuol dire che è qualcuno che scrive per gli altri.

D. E come emerge la dimensione del laboratorio da queste premesse?

R. Durante il laboratorio teniamo sempre d’occhio il lettore, chiunque esso sia. E’ un laboratorio e non un corso dove qualcuno insegna tecniche e trucchi. Si lavora insieme sui testi di ognuno e ognuno è sia autore, sia lettore.

D. L’altra coordinatrice del laboratorio, Christiana de Caldas Brito, oltre ad essere una scrittrice è anche una psicoterapeuta. E allora sorge la domanda: scrivere la propria autobiografia ha forse un valore “terapeutico”?

R. Forse sì. Forse il fatto stesso di scrivere ha un “valore terapeutico”. Forse anche disegnare ha un “valore terapeutico”. Forse suonare scolpire cantare… tutto può avere valore terapeutico, se con questo intendiamo il fatto che poi uno dopo “si sente meglio”. C’è dunque anche questo valore, questo aspetto nella scrittura autobiografica, come no. Ma l’importante è che non diventi il fine. Non credo assolutamente nella “autobiografia come cura di sé”, perché è un tipo di scrittura autoreferenziale e spesso anche narcisistica. Ci si rivolge a se stessi cercando di offrire (a se stessi) l’immagine migliore di sé. Forse è una cosa utile in medicina, in psicanalisi, non lo so, forse è utile nei casi in cui la scrittura è uno strumento tra tanti per aiutare qualcuno a uscire da un problema, e se come strumento funziona, per me va bene, però si tratta di cose che non so. Io so soltanto che una cosa è raccontarsi, altra cosa è raccontare. A noi interessa questo “raccontare”: scrivere per gli altri, comunicare consapevolmente, produrre effetti forti nel lettore.

D. Allora, cosa suggeriresti a chi vuole scrivere la propria autobiografia?

R. Suggerirei di non scriverla. Suggerirei di scegliere un episodio, un momento qualunque della propria vita e di iniziare da quello. Possibilmente un episodio marginale, un fatto a cui chi vuole scrivere non abbia mai dato molta importanza.
Quando viene qualcuno da me e mi dice per esempio: «sai, ho perso il lavoro e non so come fare e vorrei scrivere di come ci si sente, senza speranza», beh, io gli dico: «va bene. Hai figli?», e lui magari mi dice di si, e che anzi proprio per questo è preoccupato e mi racconta a lungo dei suoi figli ed è bello e utile starlo ad ascoltare, utile per me e per lui, ma alla fine gli dico: «va bene, adesso inizia a scrivere di quando hai accompagnato tuo figlio la prima volta a scuola e poi di quando l’ hai visto per la prima volta giocare a pallone». Quando mi succede una cosa simile, i casi sono due: o mi prendono per matta, o mi ascoltano e provano a seguire il suggerimento. E scoprono che andando a scrivere di queste cose in cui sono emotivamente meno coinvolti, riescono a scrivere storie interessanti non solo per se stessi ma anche per gli altri, e talvolta anche belle. Una volta fatto questo, può darsi che riescano a scrivere anche di ciò che più li fa soffrire e gioire in quel momento, ma ci sarà già una maggior dimestichezza con la scrittura, o meglio ancora, una maggior capacità di distacco dalla propria esperienza.

D. Che tipo di persone si accostano a voi per scrivere un testo autobiografico?

R. Vengono persone di tutti i tipi, di tutte le età e di ogni estrazione sociale. Ci tengo a dire quest’ultima cosa che mi accorgo suona un po’ strana, perché una delle ricchezze maggiori di questo laboratorio è proprio il fatto che si trovino a confronto vite profondamente diverse le une dalle altre. La madre che ha perso la figlia in un incidente si trova accanto un ragazzo il cui padre si è suicidato e una ragazza che va bene all’università, sta bene e la famiglia l’adora ma il ragazzo l’ha lasciata e lei vuol farci su un romanzo. E allora tutti devono necessariamente mettersi in discussione… non è che glielo imponga qualcuno, è una cosa che viene fuori in modo ovvio e naturale, direi quasi inevitabile.

D. Che tipo di aspettative nutrono rispetto all’esperienza di scrittura che gli proponete?

R. C’è chi viene soprattutto per scrivere e gli sta bene scrivere di sé, chi per risolvere i propri problemi e per far questo scrive, e sia gli uni che gli altri si aspettano di essere aiutati nella loro ricerca. Sì, sono tutte persone in ricerca, quelle che ho incontrato, almeno finora. Non mi è mai capitato di trovare qualcuno che dicesse: ormai ho vissuto… no, chi sente di “aver vissuto”, di “essere arrivato”. Una persona simile scriverà la propria autobiografia ma non accetterà mai di partecipare a un laboratorio, perché qui ci vuole molta pazienza, umiltà e disponibilità all’ascolto, al confronto. Poi certo, servono il coraggio e la grinta, l’energia per scrivere e scrivere e scrivere sempre. Ma bisogna essere persone in ricerca.