Anno IV - Numero 92-
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Le parole non sono di questo mondo
“Le cose importanti che vivremo non potremo raccontarcele, perché non ci accorgeremo di esse. Credo però che talvolta potremo scrivere su di un pezzo di carta il frammento di una sensazione soggettiva, di un umore, e da questo potrà venirne fuori un carteggio come nel secolo scorso, quando la gente scriveva in modo molto più grazioso, più elegante e più nobile di ora – probabilmente perché le lettere ci mettevano un mese ad andare da un paesino all’altro”.
di Francesca Garofoli

Fin da questo proposito, di scrivere come si scriveva in altri tempi, appare chiaro che il diciottenne Hugo von Hofmannsthal non ha voglia di trastullarsi in giovanili vaghezze. E il suo interlocutore – il guardiamarina Edgar Karg, amico di un’estate e insperata anima gemella – non è da meno. Si parla di vita, di dolore, di amore e di affanno, della ricerca insistente e mai paga di un senso, della realtà delle cose e di “qualcosa che non sia inutile finzione”.

Tra i due nasce un’immediata sintonia: “Credo che non mi sia mai piovuta giù dal cielo una gioia così inattesa come la tua amicizia. Altrimenti si deve sempre cercare a lungo e andare a tentoni e provare a spiegarsi; alla fine però non funziona lo stesso e il dialogo rimane in verità un monologo. Noi invece ci siamo venuti incontro a metà strada in modo così bello. Non ci spacciamo per geni incompresi e non parleremo mai di un legame di anime”. Qualcuno ha vagheggiato implicazioni omoerotiche, al fondo di questa amicizia, ma riteniamo siano soltanto i torbidi sospetti degli increduli, di coloro che non sanno arrendersi alla Bellezza.

Di sicuro, deve essere sembrato un miracolo, al giovane Hofmannsthal, il poter parlare in piena libertà con un suo coetaneo. Lui abituato fin dai sedici anni – età del suo primo componimento, pubblicato a nome di Loris – a non vedersi riconosciuta la propria gioventù. Lui che a diciassette anni era già considerato l’esponente più illustre e maggiormente dotato della moderna letteratura viennese. Lui che, varcando la soglia del Caffè Griensteidl di Vienna, in pantaloncini corti come si confà a un liceale, lascerà interito il già maturo Arthur Schnitzler che – avendo letto i suoi racconti – si aspettava d’incontrare un uomo sulla quarantina. Lui che, negli ultimi anni della sua vita, confidò a Thomas Mann il rammarico di non esser morto a venticinque anni, quando aveva una biografia ormai compiuta.

Sì, perché Hugo von Hofmannsthal è stato dapprima enfant prodige e poi autore postumo al proprio talento. I critici si accanirono nel dire che le sue opere più mature – tra le quali non possiamo fare a meno di citare almeno i due magnifici poemi musicati da Strauss: Arianna a Naxos e Il cavaliere della rosa – non reggevano il confronto con la grazia, l’armonia e la compiutezza dei suoi capolavori giovanili, firmando così per una condanna “a morte prematura”.

Ebbene questo ragazzo tormentato da domande più grandi di lui, e soprattutto dalla consapevolezza di sapervi rispondere nonostante la sua giovane età, trova in Edgar Karg von Bebenburg un’anima davanti alla quale non deve fingersi altro da sé.

L’epistolario, stilato tra il 1892 e il 1895, è pieno di continui e dolorosi rimandi alla sua condizione di giovane prigioniero del pensiero e della scrittura. “Tu vedi nuove terre e regioni, io leggo libri; tu provi i pericoli veri e belli e io, almeno talvolta, il piacere di un’eccitante confusione”. Prigionia sofferta e al tempo stesso agognata.

Domina su tutto una tonalità algida – “in genere non mi piace il pathos, lo reputo un segno di cattiva educazione” – com’era consuetudine tra giovani di nobile nascita, ma soprattutto com’altro non poteva essere quando al centro della scena non sono gli interlocutori, ma la parola stessa.

“Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è… ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è… In noi è radicata la convinzione – certo la fanciullesca convinzione – che se solo riuscissimo a trovare le parole giuste potremmo raccontare la vita, allo stesso modo in cui si mettono da parte, una sull’altra, delle monetine”.

Eppure, nonostante la consapevolezza di dover lasciare fuori dalle parole l’essenziale, ovvero la vita, Hofmannsthal continuerà a inseguire – nella perfezione e nell’armonia della forma – quella parola “densa” che sola può cogliere nel segno: “La parola nasce dall’attimo e per l’attimo, e colpisce nel segno oppure va a vuoto e poi cade a terra”.

Hugo von Hofmannsthal
Le parole non sono di questo mondo
(Trad. di Marco Rispoli)
Quodlibet, 2004
pp. 135, euro 12,00