Anno IV - Numero 92-
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Per ultieriori informazioni sulla vita e l’opera di Borges si rimanda al sito www.themodernword.com/borges/

L'uomo che sapeva essere felice
Vita letteraria di uno scrittore che ha sempre preferito dirsi lettore: Jorge Luis Borges, l’uomo che sapeva sognare ed essere felice.
di Andrea Monda

“Sono sempre stato più un lettore che uno scrittore”.

Forse è qui il segreto di Borges e del suo successo: egli è al tempo stesso lontano, distante, chiuso nella sua raffinatissima e complicata prosa, da diventare del tutto inaccessibile; ma è anche “dalla parte del lettore”, ed è per questi un fornitore inesauribile di felicità. Chi entra nel labirinto della sua arte scoprirà, come il Teseo di Gide, che il Labirinto non è un luogo di orrori ma di piaceri ed è per questo motivo che nessun ne esce: nessuno ne vuole uscire.

In una recente biografia del poeta argentino, Fernando Savater parla proprio di “miracolo”, stante “l’aver trasformato il prototipo dello scrittore per pochi nell’autore di massa: la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una mite poesia metafisica, il segno arcaicizzante, è diventata il nutrimento anelato da una moltitudine di lettori che non avrebbero mai perdonato a nessun altro autore quegli stessi vizi. Come era intenzione di San Paolo (…) Borges è diventato tutto per tutti… o per quasi tutti, poiché i tempi post-moderni non permettono di più. Fra i labirinti e gli specchi, fra le tigri moltiplicate dell’opera sua (ormai assurte a ridondanti feticci letterari) s’accomodano i più esigenti e i più populisti, dai seguaci di Michael Foucault a quelli di Michael Crichton: Borges, votato al silenzio delle stanze in penombra, è infine divenuto agorà. Pochi autori del XX secolo hanno meritato glosse, parafrasi, citazioni, ricerche e menzioni quanto Borges”.

Da notare, tra l’altro, l’evidente stile borgesiano usato da Savater, come per esempio nel riferimento a San Paolo che rimanda, tra i tanti, a quello splendido aggancio che Borges effettua nel racconto “Deutsches requiem” inserito nella famosa raccolta L’Aleph: “Morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza; lottare in Efeso contro le fiere è meno duro (migliaia di martiri oscuri lo fecero) che essere Paolo, servo di Gesù Cristo: un atto è meno che tutte le ore di un uomo. La battaglia e la gloria sono cose facili”.

Può darsi, però, che il destinatario di questo affettuoso ritratto non abbia gradito di essere definito “autore di massa”. Graham Greene in occasione di una commemorazione pubblica, ricordava di un suo incontro con Borges in cui, dopo aver parlato naturalmente di Stevenson e di Chesterton, il poeta emise questa sentenza: “Non scrivo per una scelta minoranza, che per me non significa nulla, e nemmeno per quell’adulata entità platonica conosciuta come «Le Masse». Entrambe astrazioni, così care al demagogo, in cui non credo. Scrivo per me e per i miei amici, e scrivo per alleviare il passaggio del tempo”.

Come deve ammettere lo stesso Savater, all’agorà Borges ha sempre preferito le stanze in penombra: Elogio dell’ombra non è solo il titolo di una delle sue più note raccolte di poesie, ma è anche una specie di manifesto della sua vita e della sua opera. Tra le due è difficile segnare una linea di demarcazione. Borges è un personaggio dei suoi racconti. Accingendosi a scrivere una biografia del poeta, Emir Rodrigueza Monegal ha dovuto intitolarla: Borges. Una biografia letteraria, in cui, tra l’altro, afferma (nel capitolo “La biblioteca infinita”) “una delle chiavi fondamentali della poetica di Borges: la lettura (non la scrittura) crea l’opera”.

Questo vale anche per la poesia: nelle postume lezioni americane pubblicate col titolo L’invenzione della poesia, Borges afferma che “un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva un buon lettore e le parole – o, meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli – tornano in vita. Ed ecco la resurrezione della parola. (…) Sicchè si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’è la poesia”.

Borges dalla parte del lettore. In penombra. “Ho creduto, per anni, di essere cresciuto in un suburbio di Buenos Aires”, scrive nel prologo di Evaristo Carriego, “suburbio di strade avventurose e di tramonti visibili. A dire il vero sono cresciuto in un giardino dietro le lance di un’inferriata, e in una biblioteca d’innumerevoli volumi inglesi. La Palermo di coltelli e chitarre era presente agli angoli delle strade, ma chi popolava i miei mattini e dava piacevole orrore alle mie notti erano il bucaniere cieco di Stevenson, agonizzante sotto gli zoccoli dei cavalli”.

Ecco le due metà di Borges che inizia la sua carriera poetica con “Fervore di Buenos Aires” e dedica un’infinità di testi alla letteratura inglese, dall’amato Stevenson a Wilde, da Chesterton a Wells a Keats a Coleridge a Donne… fino a passare ai grandi americani tra cui spiccano Poe, Faulkner e Whitman. Con quest’ultimo Borges trova un confronto per lui “nodale”. Walt Whitman è il primo poeta, per Borges, che riesce a esprimere nei suoi versi non solo la propria personalità ma anche l’anima dell’intero universo.

Nel saggio “Il nulla della personalità” Borges osserva che Whitman “credeva che bastasse enumerare le cose per provarne immediatamente il gusto sorprendente ed unico. Perciò nelle sue poesie, oltre a molti bellissimi prodotti della retorica, si possono trovare una sfilza di parole vistose, copiate a volte dai libri di storia e geografia, piene di bruciante ammirazione che assomiglia a un nobile entusiasmo”. E in un altro saggio aggiunge: “In Whitman possiamo anche vedere tutta la vicenda del vivere; in Whitman soffia anche la gratitudine miracolosa per i modi concreti, tattili e multicolori in cui esistono le cose. Ma il senso di gratitudine di Walt era soddisfatto dall’enumerazione degli oggetti che, messi insieme, formano il mondo”.
Le parole su Whitman di Borges si possono applicare a molte delle opere poetiche dell’argentino, a partire dall’uso del “catalogo”, genere comune a entrambi i poeti.

Alla luce dei quartieri assolati di Buenos Aires, il giovane Jorge, “contento che sulla terra ci sia Stevenson”, preferì la penombra della biblioteca paterna: questa fu per lui il labirinto in cui amò perdersi. Diventato adulto poi Borges divenne, anche a livello professionale, bibliotecario, ma intanto un’altra penombra aveva preso il sopravvento, quella della cecità. La principale conseguenza di questa “dolce penombra” fu il ritorno alla poesia, come ebbe a scrivere nell’Abbozzo di autobiografia e, all’interno della poesia, il graduale abbandono del verso sciolto in favore della metrica classica.

Borges poeta, e poeta orale, bardo e veggente. Il crisma dell’oralità è un altro, fondamentale, elemento per comprendere il segreto di un artista che fu, ad eccezione della forma del romanzo, quanto mai poliedrico; parafrasando il titolo di un suo celebre racconto, il sentiero della sua arte si è spesso biforcato: poeta, saggista, critico letterario, cinematografico, traduttore e splendido conversatore e, al fondo di tutto questo, magnifico lettore. Chi si accosta a Borges si accosta ad un’enciclopedia. In questo senso le sue innumerevoli conversazioni, molte delle quali per fortuna tradotte e pubblicate, sono un’ulteriore, oggettiva, prova della sua grandezza.