Anno IV - Numero 92-
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Songwriters
Della difficile arte di scrivere canzoni: Un'intervista all'editore Daniele Di Gennaro
di Giancarlo Susanna

Le notizie che ci arrivano da tutto il sistema della comunicazione sono talmente tante che a volte è quasi impossibile districarsene e individuare un filo che ne leghi alcune. Quella che annuncia per settembre la traduzione italiana per i tipi dell'Arcana di un libro di poesie di Billy Corgan, ex leader della rock band Smashing Pumpkins, ci sembra tuttavia l'ennesimo segnale di un moltiplicarsi di testi provenienti dall'immensa area della popular music. Ci sembrava arrivato il momento di parlarne di nuovo. Recuperando da una parte quanto vi abbiamo già proposto con Rai Libro e intervistando dall'altra Daniele Di Gennaro, uno degli editori più sensibili e attenti a questo particolare fenomeno. Senza contare che tra le ultime uscite di Minimum Fax c'è l'autobiografia di Ray Charles raccolta da David Ritz e c'è, soprattutto, Songwriters di Paul Zollo, un'antologia di
interviste sull'arte dello scrivere canzoni. Basterebbe quella a Bob Dylan, notoriamente restio a parlare di questo argomento, a giustificarne l'acquisto e la lettura, ma gli altri cantautori presenti in questo primo volume non sono di minor interesse: Joan Baez, Jackson Browne, David Crosby, Merle Haggard, Carole King, Graham Nash, Randy Newman, Van Dyke Parks, Lou Reed, Pete Seeger, Paul Simon, Brian Wilson e Neil Young. Cantautori che parlano del proprio mestiere, dunque. Ma anche cantautori e musicisti che scrivono "altro", poesia, romanzi, racconti, autobiografie... Da Bob Dylan a Eric Andersen, il cui libro dovrebbe vedere la luce negli Stati Uniti nei prossimi mesi, a Elliott Murphy, pubblicato anche da noi da un piccolo editore; da Thurston Moore (Sonic Youth) a Phil Shõenfelt e Gianrico Bezzato, meno noti ma sempre e comunque immersi nel mondo e nella cultura del rock.

In genere si dice che i musicisti che scrivono non producano opere di qualità. Noi non siamo d'accordo e ci sembra che alcuni libri editi da Minimum Fax lo dimostrino.

I libri di poesia di Leonard Cohen sono dei capolavori assoluti, poi ci sono dei casi di belle testimonianze autobiografiche.

Come si inserisce Songwriters nella vostra politica editoriale?

Il libro dedicato ai songwriters in realtà parla della forma canzone e di come alcuni autori la interpretano. E' un libro sulla teoria della scrittura, cosa che noi facciamo già su tutti gli altri linguaggi... Sulla scrittura narrativa con la collana della Penguin o sul cinema con il libro di Martin Scorsese e quello di Mamet. E' una nostra curiosità antica, quella di chiedere a uno quando scrive come scrive. E' tutto frutto della stessa passione. Ci interessa conoscere la giornata artigianale degli scrittori e di chi scrive. Per portarli sulla terra, questi autori, per
dissacrarli in qualche modo, per spiegare che scrivere è un mestiere che ha un metodo, non ha una sacralità ma delle ritualità assolutamente pratiche e che la pagina bianca è una brutta bestia da gestire. Anche gli incontri che facciamo con gli autori per farli vedere in carne ed ossa vanno nella stessa direzione. Portano un valore aggiunto forte a quello che facciamo.

Anche in questo caso avete anticipato i tempi. Il successo con cui vengono accolti gli incontri con gli autori è una delle poche novità positive del mercato librario.

I reading concerto oppure lo scavo non dei libri sugli autori ma degli autori, come l'autobiografia di Ray Charles, quella di Louis Armstrong, quella di Miles Davis: capire quanta vicenda umana c'è in ogni sforzo creativo. Questo è decisivo, per quanto mi riguarda. Quell'urgenza e quel movente sono alla base di uno sforzo clamoroso. Chi si occupa di musica spesso e volentieri deve reagire alla contrazione storica che c'è stata dalla sinfonia di due ore e mezza fino alla canzone di tre minuti. Dalla musica da camera è passato, questo processo, e piano piano c'è stata una contrazione di tempi e di soglia dell'attenzione e di proposta fino alla liofilizzazione del nostro spingere "stop & play", "stop & rewind", quando eravamo ragazzini e ci risentivamo il pezzo della canzone che ci dava più soddisfazione. Andando incontro a questo, a un certo punto chi ha qualcosa
da dire si è trovato con uno schema molto molto contratto e quindi Lou Reed ha cominciato a occuparsi di Edgar Allan Poe, a fare reading e a scrivere cose più lunghe; quell'altro si è messo a dettare la sua autobiografia facendosi aiutare da uno scrittore... Molti forzano quello schema che gli va stretto, perché di cose da dire ne hanno di più e si scoprono la letteratura come valvola di sfogo. Quelli che hanno qualità, tra questi, sono un dieci per cento.

Mi viene subito in mente il libro di racconti di Pete Townshend. Il leader degli Who è stato uno dei primi musicisti rock a tentare di allargare il proprio orizzonte.

Ha scritto dei bellissimi racconti, che abbiamo pubblicato qualche anno fa. A parte il fatto che aveva già lavorato in grandi case editrici come editor e aveva una tradizione personale, quando c'è quell'urgenza, quella consapevolezza sul gestire e trasformare il linguaggio, il contributo è sicuramente molto forte. Anche perché personaggi come Townshend hanno un'esperienza di stimoli mica da ridere. Lui è un trasformatore di linguaggi e un pensatore. E' uno che forza la lingua, che ha coraggio. E in ogni caso è uno dal quale mi aspetto una buona gestione di quello che fa, non fa una cosa tanto per farla. Se scrive dei racconti, difficilmente mi posso aspettare una cosa non curata.

E gli italiani?

Ho visto poche cose buone. C'è qualcosa di discreto di Capossela, ma poco più. Vecchioni, Ligabue... non mi piacciono molto. Guccini aveva fatto qualcosa di buono nelle prime prove, non in quelle a quattro mani. All'estero sino più disinvolti, meno schiacciati dalla cultura classica. Rischia di essere tutto un po' pretenzioso.

L'ultimo Guccini, Cittanova Blues, a noi è piaciuto molto. E' un libro a tratti toccante, nonostante - o forse proprio per - il filtro dell'ironia che lui usa molto spesso. Per il resto in effetti c'è poco da stare allegri.

All'estero viaggiano anche su grandi numeri. Sono in tanti, in queste communità musicali. Un Townshend, un Lou Reed, che tirano fuori cose importanti li trovi. Leonard Cohen stesso, che viene dalla parola scritta. Suzanne Vega stessa ha cominciato molto prima a scrivere che non a suonare. Ani Di Franco è letteratura pura. E' post-moderna, energica e di impegno civile vero. I suoi monologhi sono tutti da trascrivere come oro colato. Sono opere d'arte. Però c'è un'urgenza civile... la voglia di raccontare storie viene da rabbia, da reazione o da ispirazione vera.

Sulla copertina di Songwriters c'è scritto chiaramente che si tratta di un primo volume...

Ce ne sono tantissimi. Quello di Paul Zollo ne farebbe tre di questi. Sono rimasti fuori Robbie Robertson e altri. Dobbiamo capire come strutturare la nuova raccolta. Abbiamo fatto una selezione anche per arrivare alle tasche
di tutti senza andare troppo oltre. Abbiamo scelto le interviste che secondo noi stavano meglio insieme e quindi abbiamo individuato un itinerario che va da Joan Baez o Jackson Browne e arriva a Carole King, a Bob Dylan o a Neil Young. C'è uno spaccato del songwriting, del mestiere di affrontare la forma canzone, e quindi una riflessione abbastanza approfondita sull'argomento.