Anno IV - Numero 92-
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Cristina Donà
di Enzo Rammairone

La sua voce è sicuramente un segno di riconoscibilità: raffinata, limpida e allo stesso tempo incisiva. Che non lascia indenni. Cristina Donà è diventata negli anni la cantautrice, del rock italiano, più originale e apprezzata oltre i confini nazionali riscuotendo un largo consenso di critica. Spesso è stata accostata a PJ Harvey per la sua forza espressiva. Ma il merito di questo successo certamente va oltre l’indubbia qualità vocale, perché arriva a coinvolgere i testi delle canzoni che racchiudono un microcosmo emotivo di intimità, nel quale le immagini suscitate e le storie raccontate sono sempre di grande impatto. Il suo esordio discografico, sotto l’attenta produzione di Manuel Agnelli degli Afterhours, risale al 1997 con “Tregua”. Riconoscimenti e premi non tardano ad arrivare, senza contare gli apprezzamenti di spicco di David Byrne e Ben Harper. Alla fine del 1999 esce il suo secondo lavoro “Nido” che vanta collaborazioni di Mauro Pagani, Morgan e del grande Robert Wyatt che firma insieme la canzone “Goccia”. Dopo un’incursione nel mondo letterario con la pubblicazione del libro “Appena sotto le nuvole” e piú di cento apparizioni dal vivo con i suoi concerti, nel 2003 Cristina Donà pubblica “Dove sei tu”. L’album con una nuova produzione internazionale affidata a Davey Ray Moor, leader dei Cousteau, entra subito in classifica confermando il talento e la sensibilità della cantautrice. Tra i pezzi piú notevoli “Nel mio giardino”, “Invisibile” e “Triathlon” il cui video è registrato assieme a Samuel dei Subsonica. Un anno dopo, nel 2004, la Mescal pubblica in Italia e in altri 33 paesi “Cristina Donà” il primo album in lingua inglese dell’artista bergamasca.

Le tre tappe dell'avventura di Cristina
di Stas' Gawronski

Ho sentito le canzoni di Cristina Donà per la prima volta nel 1999. A lei sono giunto attraverso Giancarlo Susanna, da sempre uno dei critici musicali più sensibili e preparati, un amico che dalla fine dei Settanta in poi ha formato molti dei miei gusti musicali. Ma con la Donà non è stato un amore a prima vista. Sì, “Nido” mi era piaciuto, ho riconosciuto subito la bellezza di alcune canzoni (“Goccia” su tutte), ma c’era una ruvidezza, un retrogusto amaro che mi ha tenuto un po’ distante. Così il cd è finito presto nel dimenticatoio tra i tanti impilati accanto allo stereo. Eppure, periodicamente, le immagini suscitate da quel primo e parziale ascolto sono tornate a visitarmi. E a chiamarmi insistentemente ad un nuovo confronto con la musica e le parole di Cristina Donà. Come se mi dovessi levare un sassolino da una scarpa. Una vicenda simile mi era già accaduta con alcuni libri che immediatamente avevo percepito di buona qualità, ma anche un po’ indigesti. E che, invece, con il passare del tempo crescevano dentro di me, come se avessi potuto gustarne interamente il sapore solo dopo una lenta ruminazione. Quest’inconscia elaborazione delle canzoni di “Nido” mi ha portato ad una resa dei conti, al desiderio di vederci chiaro. Da qui l’idea di immergermi in tutta la produzione dell’artista bergamasca e di dedicare un numero di RaiLibro e una puntata di CultBook alla scrittura e alla musica di Cristina Donà.

Il rapporto tra arte e vita

Cristina Donà è la più grande cantautrice italiana e lo è suo malgrado. Perché, come accade a certi grandi artisti, se all’origine dell’espressione creativa non ci fosse un’esigenza profonda di verità su se stessi e sulla vita che si vive, la loro natura li avrebbe condotti ad altre occupazioni, forse più semplici e tranquillizzanti. E, invece, scrivere canzoni e cantare per Cristina Donà ha a che fare con un desiderio insopprimibile di vedercichiaro e di capire come debba essere vissuta questa vita che sembra scapparci da tutte le parti. Quando parla del suo lavoro, Cristina afferma che esprimersi creativamente è per lei soprattutto una terapia, la strada che le consente di “superare i propri blocchi”, la camera oscura in cui portare alla luce la propria storia. In questo senso, la corrispondenza tra l’espressione artistica e il percorso esistenziale di Cristina Donà è talmente forte che i suoi tre dischi - “Tregua” (1997), “Nido” (1999) e “Dove sei tu” (2003) - possono essere letti come le tre tappe di un unico appassionante percorso esistenziale: l’avventura di un’anima che lotta per diventare se stessa. Massimo Cotto, critico musicale intervistato per l’occasione da RaiLibro, ci ha detto che per Cristina “esiste un solo tema, un solo argomento: se stessa”. E, infatti, non ci sono dubbi, è lei la protagonista delle sue canzoni. Ma non c’è nulla di narcisistico in questo approccio all’espressione creativa. C’è piuttosto una precisa concezione dell’esperienza artistica: la musica, la poesia sono lenti che servono a guardare con maggiore limpidezza la propria esistenza, a scoprire chi siamo, a che punto stiamo della nostra vita e dove stiamo andando.

“Tregua”: la fuga da un labirinto

Il punto di partenza è “Tregua”, la prima tappa ufficiale della storia artistica di Cristina Donà, il disco mirabilmente prodotto nel 1997 da Manuel Agnelli degli “Afterhours”. Ed è quello di una donna che si percepisce chiusa in un labirinto (Niente filo né sassi/ per orientarsi /nel mio labirinto), un universo fatto di buio e di porte chiuse da cui sembra non avere la capacità di fuggire (La stanza in cui vivo è un dado/ ma non ho abbastanza mani/ per tirarlo lontano). Semplicemente non ce la fa (Distanze che non percorro mai/ per una probabile carenza d’ossigeno/devo ancora imparare a respirare) e, quindi, non ha soluzioni. Se non quella di chiudersi in se stessa, raggomitolarsi su di sé (ma mi va bene così / e non ho tempo per cambiare ... poi/ ho sempre me / ho sempre me / ho sempre me). Alla vita, alla realtà che l’assedia chiede solo un momento di “tregua”, il rischio è quello di diventare delle “anime perse” come viene detto molto chiaramente nella canzone che titola il disco e che Cristina Donà ha dedicato a Kurt Kobain. Ma dentro di lei c’è anche una tensione verso un cambiamento radicale, profondo (sogno un cuore nuovo/un po’ più buono in questo deserto/e il male se ne andrebbe di certo/i miei ricordi in cambio di una parte più vera), un desiderio di rinascere che forse può realizzarsi solo arrivando al fondo dell’abisso (sento l’aridità dell’aria/che pesa, pesa, pesa su di me/se adesso urlo riesco a frantumarla/metti il tuo sguardo ghiacciato/sul detonatore /dai riduci in polvere tutto così potrò ricominciare). Nei testi di queste prime canzoni firmate da Cristina Donà si percepisce subito un elemento fondamentale della visione della cantautrice: l’essere al mondo è una questione di movimento, verso l’alto, la risalita da uno stato di confusione e di dolore. È questa la sfida in cui ci si gioca tutto. Ma occorre lottare e ci vuole un grande lavoro su se stessi. Occorre essere allenati per poter porre in atto con determinazione il desiderio di cambiare vita, serve un “training” per acquisire il fiato necessario alla risalita e il coraggio di non guardarsi indietro. Ce lo dice “Risalendo” (io s’è vero che vivo, ora sto risalendo/e addestro i miei occhi a non guardare giù/Probabilmente ritornerò qui al più presto/senza portarmi dietro niente più di me stesso/[…] io se è vero che vivo, è da tanto che penso/di andarmene da qui e lo sto facendo adesso), la canzone che è l’anello di congiunzione con “Nido” il secondo disco di Cristina Donà, il secondo livello della sua faticosa ascesi.

“Nido”: un luogo sicuro da cui ripartire

Se nel primo pezzo di “Tregua”, la soluzione al dolore era quella di chiudersi, la canzone che apre “Nido” ci colloca in una prospettiva completamente diversa. La fuga dal labirinto sembra essere riuscita e la donna che desiderava “risalire” ha trovato un posto in cui fermarsi, un luogo dell’anima che somiglia a un nido su un ramo, di quelli che si vedono d’inverno sugli alberi spogli. Un luogo protetto (ma non troppo), in cui c’è affetto e calore (nei giorni di freddo /la luce attraversa i campi/niente è nascosto /solo linee precise su fondi bianchi/io conto le piume rimaste/che fanno di me un ventre materno/sono un nido sui rami d'inverno), che le consente finalmente di guardare fuori e di tornare a cogliere il mondo in tutta la sua estensione (Resto tra gli alberi /verso l'interno /lontana dagli altri/con una rosa al polso/ci sono luoghi muti, luoghi fermi/dove annusi lo spazio eterno/io sono un nido sui rami d'inverno). La donna che prima si consolava dicendo a se stessa “ho sempre me”, ora ha trovato un posto dal quale rientrare in contatto con l’altro, cominciando dal mettersi in ascolto di ciò che è fuori di lei (sono visibile /chiaro e pulsante /un cuore esposto / sono una gioia infinita e urlante/sono un brivido esteso all'universo). Il nido di Cristina Donà, quindi, non assume i connotati di una cuccia calda in cui coronare la propria fuga, un ambiente borghese rassicurante nel quale ricreare un micromondo ideale separato da una realtà che travolge e ferisce continuamente. Ma un nuovo punto di partenza da cui a poco a poco tornare a mettersi in gioco, una posizione privilegiata da cui captare le voci che arrivano dalla vita e dal suo mistero. Serve un “nido” affinché la propria “guarigione” si compia fino in fondo, un luogo protetto ma non chiuso, alto ma visibile da tutti, raccolto ma aperto quel tanto che serve a ricevere i segnali che giungono dall’esterno. È giunto il tempo di tornare a scrutare l’orizzonte in attesa che giunga un segno per ripartire, una risposta, un incontro decisivo (piccole navi col motore spento/aspettano un segno dal faro/così lontano). E questa attenzione, questa disponibilità all’ascolto, è essenziale perché il rischio è di vivere una vita senza senso e di diventare delle ombre (vedo me mentre cerco di stare sola/e forse mi aiuta sapere che siamo/solo un passaggio di ombre/solo un passaggio di ombre/che si perdono se perdono il cuore). Il nido è, quindi, il luogo e il tempo della contemplazione, intesa non come estraniazione, ma come dimensione di discernimento e progetto. È il momento di capire come stanno le cose, quelle veramente importanti, e decidere da che parte stare perché la posta in gioco è altissima. La canzone che chiude il disco, “Mangiauomo”, descrive senza inutili mediazioni il campo delle scelte in cui ci si può giocare tutto: o si sta dalla parte di chi accoglie e protegge la bellezza di questo mondo o si sta dalla parte di chi è ripiegato su di sè e sa realizzare la propria vita solo attraverso la conquista di un sempre maggiore potere (l'orizzonte è strano/se non hai meta/si allontana da te/l'uomo mangia l'uomo/succhia la preda/e dimentica/Quanta bellezza/aggredita sciupata/eterna sete di potere/mai appagata/l'orizzonte scappa/se non hai meta/lontano da te/l'uomo sbrana l'uomo/succhia la preda/e dimentica). Perché dal “nido”, appunto, si può cogliere una dinamica della vita molto precisa, concreta, che trascende ogni cosa: l’orizzonte si “allontana da te” se si scegli la parte sbagliata.

“Dove sei tu”: il giardino

“Dove sei tu”, il titolo del terzo disco di Cristina Donà, ci offre subito la misura del cambiamento radicale avvenuto dal primo disco. Il “me” di “Ho sempre me” ha lasciato posto al “tu” di “Dove sei tu”. E la prima canzone è, come quelle che aprono i dischi precedenti, illuminante. “Nel mio giardino”, infatti, è come afferma Massimo Cotto “un inno alla gioia”, all’accoglienza, all’apertura. Le intenzioni di Cristina Donà sono molto chiare: “avevo in mente di raccontare un momento della mia vita in cui pensavo di poter mostrare quello che di bello potevo fare per gli altri. E mettere dell’oro in un giardino - nel mio giardino - mi sembrava un buon modo per far capire che c’è luce, voglia di accogliere, di attirare, di mostrarsi”. La donna che non sapeva come far entrare gli altri nel suo “labirinto”, ora è diventata una luce che illumina il cammino di un “tu” verso un giardino che ha riempito d’oro, un giardino in cui si scoprono “cose nuove, nuovi sogni”, un giardino che “non si chiuderà mai”. È a questo “tu” in “In fondo al mare” che Cristina Donà dice “dedicami i tuoi spazi e quest’immenso blu” e a questo tu, in un testo che potrebbe essere una poesia d’amore o una preghiera, che la stessa donna di “Ho sempre me” si rivolge con la massima tenerezza, disponibilità, fiducia.

Se chiudo gli occhi
posso arrivare
a prenderti.
Mi allungherò sino
a dove sei tu.

L’autunno
si è fermato sui rami,
è immobile.
Io imparerò ad arrivare
dove sei tu...

...qualunque sia la distanza.

Io ti verrò a cercare quando il buio tenta
di far risaltare la tua assenza.

Difficile è trovarsi ora,
più facile è perdersi.

Io ti verrò a cercare quando il buio tenta
di far risaltare la tua assenza.

Perdona se non sono ancora
dove sei tu.
Accorcerò la distanza.
Io ti verrò a cercare quando il buio tenta di far risaltare la tua assenza.

E ti verrò a cercare quando il buio resta e fa risaltare la tua assenza


La donna che nel primo disco non aveva il fiato per risalire la china e cambiare vita, ora è attrezzata, allenata alla lotta (Tengo al minimo il battito,/controllo che il respiro non ceda./Tengo al minimo il battito,controllo che il respiro mi segua.), la fuga è finita, è il tempo di una nuova vita, di nuovi sapori (I piedi toccano terra, comincerà la resurrezione./E’ l’ultima parte di fuga, vedo la polvere che si solleva./Fuori da un passato confuso con dentro l’alibi di una visione,/continuerò la corsa, ma non sono più preda).

Il passaggio dall’oscurità di “Tregua”, attraverso le pianure grigie ma aperte e colme di attesa di “Nido”, è culminato in un luogo che è frutto di uno sguardo nuovo sulla vita. Uno sguardo che le consente di dire che, se anche la realtà in cui viviamo è fortemente contaminata dal male a causa dei nostri comportamenti e delle tensioni autodistruttive poste in atto da ognuno (Il mondo è in trappola/ha il sale sulle ali,/pallido sguardo /ha gli occhi sconfitti […] Il mondo è in trappola/ha chiuso le ali./I nostri peccati violentano il cielo/di un mondo in trappola.), comunque, la vita che viviamo è stupefacente, degna di essere vissuta completamente, senza risparmiarsi (Eppure sopravvive il mondo/anche se l’ho colpito al cuore./Eppure sopravvive il mondo/anche se l’ho tradito senza pensare/che è l’unico mondo per me/e può bastare). Anche perché, se il mondo lo vediamo spesso così brutto, è solo perché non lo sappiamo “vedere”, non sappiamo più servirci dell’immaginazione, lo strumento più potente che ha l’uomo per capire se stesso e il suo destino (Immagina le stelle,/scoprirai che /sorridono sempre./Immagina intensamente e vedrai/dove gli altri/pensano che non ci sia niente.). Quando, invece, ogni vita, ogni istante, è meraviglioso e ogni giorno - come ci dice il titolo della canzone che chiude il disco – “è un giorno perfetto” (Dimmi/è un giorno perfetto?/La bellezza di questa giornata/è che non tornerà indietro,/ma ogni giorno se lo vuoi/sarà un giorno perfetto).