Anno IV - Numero 92-
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Mal di scuola
di Tullia Fabiani

Ahi, la scuola. Luogo accidentato e delicato; istituzione creativa e formativa, dove l’istruzione incontra la ribellione e le regole si accompagnano ai sogni. Come sta la scuola? Insomma. Quella italiana può aver passato periodi migliori e oggi si barcamena tra vari malesseri. Aspira alla sanità, alla salute piena, ma le farebbe già bene una buona convalescenza. Senza ricadute.

Invece le storie che si raccontano, quelle che si leggono sulle pagine di cronaca, e quelle che Marco Imarisio, inviato del Corriere della sera, ha scritto nel suo viaggio alla scoperta della scuola italiana, mostrano ferite profonde; carenze; trascuratezze.

A farne le spese loro, le membra di questo corpo dolente: insegnanti e studenti. I primi, soprattutto, identificati come artefici e vittime di questo fallimento, impegnati a istruire alunni sempre più difficili da capire e coinvolgere, ma anche ad assolvere obblighi ministeriali poco comprensibili e a confrontarsi con genitori a volte ostili. Attraverso il loro sguardo e i loro racconti, fitti di speranze, delusioni, aspettative e frustrazioni, Imarisio, di città in città, scuola dopo scuola, docente dopo docente, dà prova viva dei malori del sistema scolastico, dell'Italia. Ma anche di ciò che è sano, e combatte per favorire la guarigione.

Mal di scuola: quali sono i sintomi che caratterizzano questo malessere? E che rapporto c'è con la situazione del Paese

Mi sembra che il sintomo principale sia quello di una evidente perdita di funzioni. A scuola, nessuno, alunno, professore, genitore, sa più quello che deve fare. Nessuno sa più qual è il suo ruolo, e questo è abbastanza evidente per gli insegnanti, ai quali non viene più riconosciuta alcuna autorità, ma ai quali vengono demandate quelle funzioni e attività che la famiglia non riesce più a svolgere. A mio parere, e senza volerla buttare in sociologia, c’è un nesso abbastanza evidente tra il malessere della scuola italiana e la situazione nel nostro Paese. La scuola anticipa quel che saremo, per forza di cose.

Ecco a proposito, lei scrive: “È il canarino nella miniera”. Ma dalle storie raccontate cosa è possibile prefigurare?

Che non siamo messi bene. Ma questo è abbastanza evidente, basta leggere le cronache quotidiane che riguardano la scuola. Non credo comunque che la “cronaca nera scolastica” sia da prendere alla lettera e che l’immagine della scuola italiana, così come ci viene raccontata – un luogo tetro dove accadono cose terribili – corrisponda al vero. La realtà della scuola non è fatta solo di estremi. C’è anche molta normalità, con grandi problemi, certo. In sintesi, credo che la scuola rappresenti una istituzione sulla quale si è smesso di investire. Potrebbe essere il motore di una ripresa importante, morale ed economica. Invece, ultimamente, è soltanto un albero da sfrondare dei rami secchi, per risparmiare.

Nei media, che sia la cronaca del caso di bullismo o quella del comportamento indecoroso di un docente, c'è il rischio di alimentare cattive percezioni e scadere nel gossip da aula?
I media arrivano quando ci sono le cattive notizie. I media fanno il loro mestiere. E se la scuola ha problemi piuttosto evidenti, non credo che i media siano la prima causa di questi problemi. Quanto alle cattive percezioni, ho dedicato proprio la prima storia del libro a questo tema. Ad una scuola di Bari della quale si è parlato per fattacci, il pestaggio del preside. A vederla raccontata in televisione, sembrava che quella scuola facesse parte di un unico, indistinto, Bronx. Invece non è così. Anzi, è il contrario. Ma non sempre noi dei media abbiamo il tempo, di fermarci, aspettare che si depositi la polvere, e poi ragionare e andare a vedere. E’ così che funziona, e non è colpa di nessuno.

Molti degli episodi raccontati nel libro riguardano le cosiddette “scuole difficili”, scuole presenti nelle periferie delle grandi città. Perché secondo lei, in molti casi, a distanza di trenta anni (dagli anni ‘70) quelle che erano scuole difficili sono rimaste tali e quelle che erano “facili” (benessere, cultura, status) altrettanto?

Per cambiare sarebbe servito un vero investimento, economico, emotivo. Invece sono arrivate riforme su riforme, che hanno costantemente depotenziato il ruolo degli insegnanti, unico elemento fisso di un panorama per sua natura cangiante. Il risultato è che dove la cose andavano male, si è andati avanti così. E dove c’erano realtà dignitose se non buone, si è insinuato lo scoramento, la disillusione, il pensiero che lavorare bene o non lavorare affatto, tanto è lo stesso, nessuno se ne accorgerà. Dico questo sempre precisando che non si deve generalizzare.

Come dimostrano molti dei docenti incontrati che manifestano una vera devozione alla causa. Non hanno risposte ai loro problemi, non dispensano verità, ma nonostante tutto continuano a credere nella forza dell'educazione, nel rapporto con i ragazzi. Da cosa deriva secondo lei questo atteggiamento?

Credo sia dovuto al fatto che insegnare ai giovani sia davvero un bel mestiere. Un lavoro importante. E chi è cosciente di questo, non si sottrae. Una professoressa, anzi, una maestra elementare, mi ha raccontato che l’illusione di lasciare impressa su ognuno dei suoi bambini almeno una ditata, una traccia di sapere, è qualcosa che la accompagna, la fortifica, e la fa sentire meno sola. Ecco, questo.

C'è qualche storia che più l’ha colpita? Ad ascoltare i vari insegnanti e la descrizione delle proprie realtà 'difficili' cosa l’ha impressionata maggiormente?

Se dovessi scegliere una storia, racconterei quella del professor Antonio Ferrero di Cuneo. Accettò una mia intervista per il Corriere della Sera. Si raccontò, un quarantenne molto colto, orgoglioso del mestiere che faceva, desideroso di farlo al meglio. Parole di buon senso e innocue, il decoro, il buon nome dell’istituzione che mi pregio di dirigere, cose così, che non gli hanno però risparmiato una specie di inquisizione montata dal preside della sua scuola di allora, nemmeno citata nell’articolo. Ferrero è stato costretto a cambiare scuola. I suoi alunni, che lo hanno difeso come professore, bravo e devoto, disponibile a spiegare anche al pomeriggio, coinvolgente nel suo modo di fare lezione, hanno perso un buon insegnante. A me è rimasta la sensazione che la sua storia fosse perfetta per esemplificare quella cappa soffocante, quei ristretti orizzonti che sembrano tenere prigionieri i professori che hanno davvero voglia di lavorare e di spendersi.

Qualche esempio può venire dalle pagine che riassumono i verbali degli ispettori del ministero. Qual è la sua impressione sulle modalità di controllo del lavoro degli insegnanti e sugli effetti che può produrre?

Qui il discorso da fare sarebbe piuttosto lungo. A me le relazioni degli ispettori sono sembrati documenti che mettevano in evidenza lo stato di crisi della scuola e al tempo stesso sottolineavano implicitamente come sia diventato complicato il mestiere dell’insegnante. Le relazioni sono quasi sempre fatte bene, con cura. Ma non riguardano il controllo del lavoro degli insegnanti. Sono altro. Gli ispettori arrivano quando il preside, o dirigenti superiori, segnalano l’esistenza di un problema, di una situazione di conflitto. Gli effetti prodotti dalle relazioni sono in genere scarsi, vanificato da organi decisionali che in nome della tutela sindacale scelgono di mantenere tutto (o quasi) immobile. Il controllo del lavoro, ovvero la sua valutazione, è quello che invece manca. Nella scuola, non esiste il criterio del merito. Non esiste il premio per quelli bravi e la punizione per quelli scarsi o svogliati. Altro problema (bello grosso) condiviso con il resto della società italiana

Ma oltre al malessere, nelle diverse esperienze, nei diversi luoghi geografici, ha ravvisato un altro denominatore comune.

Nei professori c’è un elemento comune, quello della disillusione a cui accennavo prima. E poi la rottura di questa alleanza che si credeva naturale tra genitore e insegnante, un tempo uniti per il bene del figlio-alunno, e adesso divisi da un astio sordo, nel quale ad avere la peggio è quasi sempre l’insegnante, al quale si chiede molto senza riconoscere però l’autorevolezza di fare alcunché, di prendere alcuna decisione.

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Mi sembra che questo sia il problema fondamentale. Ognuno scarica sull’altro la responsabilità di quel che il figlio alunno è o non riesce ad essere. Riforme, cicli, offerte formative: senza affrontare questo nodo, che ha molto a che fare con il ruolo che viene riconosciuto all’insegnante nella società italiana, restano parole vuote.

Cosa le è rimasto di questo viaggio nella scuola italiana?

La scuola è un luogo vitale. Davvero. Comunica una grande sensazione di forza ed energia. Scuola è dove tutto succede prima, come dicevamo all’inizio. Aver girato questo mondo per alcuni mesi mi ha dato la certezza di aver scelto un luogo davvero importante per cercare di raccontare l’Italia d’oggi. Sono contento di averlo fatto. Spero che lo siano anche i lettori.

Marco Imarisio
Mal di scuola
pp. 191, Bur Biblioteca Universale Rizzoli
euro 9,80