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| Anno IV - Numero 92- | ||||
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Spadaro Antonio Il sentimento religioso e l'ispirazione poetica Intervista ad Antonio Spadaro, gesuita, critico letterario de "La Civiltà Cattolica". Tra le sue pubblicazioni, il libro "A che cosa «serve» la letteratura?" (ElleDiCi - La Civiltà Cattolica, 2002).
Nel suo cammino si intrecciano continuamente fede, letteratura e vita.
Gli abbiamo rivolto alcune domande sul rapporto fra il sentire religioso e l'espressione della scrittura. di Francesca di MattiaD.: I grandi mistici dell’Occidente hanno spesso utilizzato la scrittura in modo verticale (parole “verso” Dio, per comunicare con il “tutto”) e in modo orizzontale (parole di testimonianza e predicazione per la condivisione dell’ideale religioso con altri uomini e donne). Un’esigenza dell’anima, potremmo definirla, che spesso è diventata opera letteraria, anzi un vero e proprio genere. Cosa pensi di questo fenomeno che ci ha dato “frasi di carne e sangue”, frammenti di estasi e libri d’amore, talvolta contraddittori e sofferti? R.: Nel sentimento religioso e nell’ispirazione poetica è possibile riconoscere alcuni gesti profondi comuni: il raccoglimento, il ritmo di attività e passività, di iniziativa e di accoglienza alla gratuità di una «visita». Esiste un’analogia e una continuità fra le due esperienze a tal punto che un grande studioso di mistica e poesia, Henri Bremond, si rivolse proprio all’esperienza mistica per chiarire la natura esperienza poetica. Insomma: tocca al mistico spiegare il poeta. La poesia non è la preghiera, ma essa tende di sua natura a raggiungerla. Ciò significa che la poesia è il segno di una facoltà che ci appartiene, in grado di ricevere Dio e incapace da sé di comprenderlo. Quella poetica è un tipo di conoscenza unitiva, conoscenza non per astrazione concettuale, ma per assenso concreto e totale, che unisce all’oggetto, che fa toccare il reale. Come la contemplazione mette il mistico in grado di avvicinarsi a Dio e di contemplarlo, così ogni esperienza poetica implica un contatto immediato con una realtà interiore, inattingibile in altri modi. D.: E quali sono invece le differenze tra l’esperienza poetica e quella mistica? R.: La prima e fondamentale differenza tra il poeta e il mistico consiste nel fatto che il carattere proprio dell’esperienza poetica è quello di essere comunicabile: il poeta vive un bisogno invincibile di tradurre, di comunicare al di fuori l’esperienza poetica. Non si è poeti nel senso pregnante della parola solo per se stessi, ma per il pubblico. In questo senso il poeta si avvicina più al profeta che al mistico, perché il profeta ha il compito fondamentale di comunicare ciò che ascolta o ciò di cui fa esperienza. L’analogia tra il poeta e il profeta è stata poco utilizzata. Grandi contemplativi, come Jean Joseph Surin e Giovanni della Croce, non si propongono di comunicare la loro esperienza o di elevare altri con le loro lezioni allo stato mistico. Scopo del poeta in quanto poeta, invece, è di promuovere nel lettore un’esperienza più o meno simile alla sua, di portarlo ad uno stato poetico, se così possiamo dire. E come vi sono teologi tra i mistici, così si possono incontrare anche dei poeti, nel senso pieno e proprio della parola come Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Francesco di Sales. D.: La testimonianza dei mistici nasce dunque dall’unione profonda di anima e parola, parola intesa come “verbo originario”? R.: Il cristianesimo ha bisogno di parole che esercitano la capacità di ascolto e di «raccoglimento». Il linguaggio poetico-letterario ha il potere di far ritirare l’uomo dal chiasso perché rientri in se stesso, non alienandosi dal mondo, ma portando il proprio mondo con sé in modo ridotto alle sue linee essenziali, dandogli la possibilità di ritrovare se stesso. Per il corretto ascolto del messaggio cristiano occorre inoltre saper udire le parole che colpiscono il centro dell’uomo, il cuore, perché, quando Dio si comunica nella parola della rivelazione cristiana, questa parola è in cerca di tutto l’uomo nella sua originaria unità, dalla quale scaturisce la sua esistenza. Le parole del messaggio evangelico sono necessariamente non parole della ragione tecnica, ma «parole del cuore»: non parole sentimentali, né parole puramente razionali. Il cristiano sa percepire la parola che colpisce il cuore nel suo più intimo. Sa imparare ad ascoltare la parola che, nel suo senso limitato e preciso, è la corporeità del mistero. Ma questa è anche la parola «poetica». La capacità e l’esercizio di ascolto della parola poetica è dunque un presupposto per ascoltare la parola di Dio. D.: Quali sono i mistici e le mistiche che nel tuo cammino di fede ti hanno maggiormente colpito e segnato con le loro opere? R.: Certamente Ignazio di Loyola e l’esperienza proposta nel libretto degli Esercizi spirituali. Non è un testo da leggere di seguito perché, in realtà, presenta indicazioni pratiche, dei modi di meditare e di pregare che spingono chi li applica a coinvolgersi pienamente nel mistero contemplato. Chi fa gli esercizi spirituali viene invitato a immergersi nel testo biblico in almeno tre modi: proiettando con l’immaginazione il proprio corpo nella scena rappresentata; partecipando alle emozioni dei personaggi; rivivendo passo passo le vicende del mistero contemplato. Appare chiaro dunque come ogni esperienza spirituale sia associata a uno degli elementi costitutivi della grammatica di una narrazione: ambientazione, personaggio e intreccio. L’esercizio spirituale di tipo ignaziano implica un pieno coinvolgimento dell’«esercitante», anche affettivo. Sperimenta vari movimenti interiori che egli è chiamato a «in qualche maniera sentire e conoscere», come scrive Ignazio: un binomio inscindibile, che indica una forma peculiare di conoscenza molto concreta. L’esercitante dunque è chiamato ad entrare in un vero e proprio ambiente virtuale, che è la cosiddetta composición viendo el lugar, composizione vedendo il luogo, una vera e propria visione stereoscopica totale. Facciamo un paragone esplicativo e pensiamo ai videogame. Giocare ad un videogame generalmente significa muovere un protagonista attraverso tutti gli ambienti, i livelli del gioco, mediante la pressione di pulsanti e di un cursore: esiste sì un’interazione, ma la distanza fra reale e virtuale rimane netta. Negli esercizi spirituali, al contrario, non è prevista una separazione fra lo spettatore-attore (il giocatore) e lo spazio virtuale che è visualizzato nello schermo. D.: Esistono, attualmente, figure dello stesso spessore del passato? E l’”esigenza dell’anima” di cui parlavo prima è ancora viva? Se sì, in quali termini si esprime? R.: Un fenomeno di particolare rilievo riguarda il rapporto tra poesia e liturgia. La liturgia cristiana è stata spesso accompagnata o seguita dalla poesia che ad essa si ispira, fino, in qualche caso, a costruire una vera e propria «liturgia poetica». E’ sufficiente ricordare gli Inni sacri del Manzoni o La messe là-bas di Paul Claudel, Horae canonicae di W. H. Auden e varie raccolte o parti di raccolte di D. M. Turoldo, tra le quali, ad esempio, «Il divino ufficio», oggi raccolta in O sensi miei… La Liturgia delle ore, cioè quella che molti ancora definiscono Breviario, in particolare, innesta nella vita quotidiana il ritmo della preghiera dei Salmi, che è comunque preghiera poetica. Il tempo delle ore canoniche è scandito dal ritmo della poesia orante. Esistono anche alcune belle traduzioni «poetiche» dei Salmi, oltre a quella destinata esplicitamente alla liturgia, quali quelle di Guido Cernetti, di David Maria Turoldo, di Davide Rondoni o di Saverio Corradino, solamente per citarne alcune. D.: I Salmi, per la ricchezza dei contenuti e della forma, rappresentano una fonte inesauribile di stimoli, che si può calare perfettamente nel nostro quotidiano. R.: I Salmi, oltre ad essere in se stessi preghiera, sono divenuti fonte di elaborazione ed espressione di nuova preghiera, quasi una partitura da eseguire liberamente o un canovaccio che serve come riferimento per creare un linguaggio orante nuovo. Sono numerosi i libri che contengono queste rielaborazioni che prendono spunto dal testo biblico per attualizzarlo e interpretarlo. Nel XVII secolo la parafrasi dei Salmi divenne un genere letterario (Malherbe, Corbeille, La Fontaine,…). Ma ricordiamo che grandi musicisti, da Monteverdi, Bach e Vivaldi a Stravinsky, Kodaly e Bernstein, hanno scelto di lavorare, in vario modo, intorno alla poesia salmica. Esistono anche alcune elaborazioni in immagini e suoni. Una delle più importanti dei nostri giorni porta la firma di Lucio Dalla: nel 1992, per la Kamel Film – Pressing, con Robert Sidoli e Roberto Guarino, egli ha composto musiche per i Salmi che il regista Pietro Quagliano ha illustrato con racconti minimali in video che presentano immagini delle foreste africane e dei grattacieli di New York, le grandi pianure americane e le povere case vietnamite. Essi dunque costituiscono poesia fondativa di civiltà letteraria, capace di ispirare altra poesia in parole, suoni e immagini. I Salmi spesso mostrano la vita nei suoi momenti più intensi e fondamentali, sia in forma lirica sia in forma narrativa: felicità, amore, passione, paura, dolore, morte, trovano accenti e espressioni che parlano e riescono a raccontare e a far «vedere». Per questo oggi, come sempre, esprimono bene l’esigenza dell’anima e diventano occasioni di parafrasi, interpretazioni e riscritture. |
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