Anno IV - Numero 92-
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Valerio Pellizzari
Pellizzari: un Erodoto contemporaneo
A tu per tu con Valerio Pellizzari, giornalista del Messaggero che ha avuto lunghi contatti con Ryszard Kapuscinski. Le qualità peculiari del reporter polacco, la sua visione del mondo, il suo lavoro: un breve ritratto di Kapuscinski in un’intervista del gennaio 2006.
di Maria Agostinelli

D: Tutta la personalità di Kapuscinski traspare dai suoi occhi: curiosi, vividi, innocenti...

R: Credo che sia il primo e autentico biglietto da visita di Kapuscinski, ed era lo stesso biglietto da visita di Ettore Mo: tutti e due hanno viaggiato molto per il mondo e si sono ammaccati - se non feriti - in più di qualche occasione. Sono rimasti impolverati, hanno dormito poco, hanno mangiato male, però sono riusciti a mantenere la freschezza di un bambino. La prima volta che ho incontrato Kapuscinski è stato perché – casualmente – sono diventato il suo traduttore per una giornata. In quell’occasione gli sono stato molto contiguo, sia fisicamente che mentalmente, e i suoi occhi mi hanno fatto comprendere che tipo di persona era. Faccio questo mestiere da parecchio tempo, e ho capito che le storie e le personalità più significative vengono fuori da sé, così naturalmente che quasi non serve parlare. Ecco, mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a raccontare cosa emerge dagli occhi straordinariamente trasparenti e curiosi di Kapuscinski. Questa innocenza, in genere, si perde con gli anni: viene appannata da una sorta di cinismo, dalla stanchezza per le cose, dal presupporre che ormai si è visto e capito tutto. Le qualità di Kapuscinski sono estremamente rare e forse sono all’origine del suo grande successo, di un percorso che, peraltro, è partito da una lingua non certo popolare come il polacco e a ridosso di un’agenzia pressoché clandestina. Nonostante questi handicap, oggi Kapuscinski è diventato quello che è.

D: Questa innocenza e questa curiosità di Kapuscinski emergono anche dai suoi libri, dove c’è sempre il tentativo di mettersi al livello delle persone con cui si viene a conoscenza...

R: In un suo libro sull’Africa dal titolo Ebano – libro splendido, nonostante gli preferisca Imperium - c’è una cosa che non si trova in altri libri: Kapuscinski vi parla di come viveva in Africa e di come non avesse le stesse disponibilità di mezzi e di occasioni dei reporter della CNN, perché veniva da un contesto povero. Quindi - un po’ per necessità, un po’ per volontà - era ospite di case africane dove saltava la luce, dove gli animali entravano ed uscivano e dove l’igiene era precaria. Dopo questo primo passaggio introduttivo e descrittivo, Kapuscinski passa a raccontare le modalità per procacciarsi l’acqua in un paese che muore di sete. Questa narrazione della realtà è qualcosa che non si trova dappertutto: è una di quelle idee essenziali ed elementari che tanto piacevano a Shakespeare. I geni sono quelli che mettono un’idea dentro una parola, e più ci si avvicina a questa sintesi, più si è una persona rara.

D: Ci può parlare del rapporto tra lo storico Erodoto e il reporter Kapuscinski nel libro In viaggio con Erodoto?

R. I professori di storia spiegano molto bene come il grande storico Erodoto distinguesse differenti fasi di conoscenza: la prima è quella più scadente, quella delle chiacchiere al bar o per strada, l’ultima è invece la testimonianza di chi ha avuto una conoscenza diretta dei fatti, e quindi costituisce una vera e propria autopsia della realtà. Kapuscinki è diventa un personaggio unico sul mercato editoriale mondiale perché - oltre a questo sguardo fresco e giovane, attento e lucido – è sempre stato così curioso da non prendere mai notizie di seconda mano, mentre oggi una parte sempre più ampia della saggistica e dell’informazione utilizza degli archivi simbolici da cui trarre le notizie: una sorta di freezer per hamburger da scongelare nel microonde. Kapuscinski, invece, preferiva il pane fresco, e dunque faceva esattamente l’opposto: seguiva l’itinerario di coloro che il pane lo impastano e lo fanno lievitare per conto proprio. Ciò è avvenuto anche perché ha vissuto a lungo in paesi dove ancora si vive così, dove non si usa la tecnologia e non c’è l’ossessione per la velocità. L’ossessione per la velocità è strettamente legata a un tipo di conoscenza in cui si deve sapere tutto in tempo reale, immediatamente, senza rifletterci più di tanto.

D: La prima esperienza all’estero del giovane reporter Kapuscinski fu in Cina, un paese vicino e lontano dalla Polonia per diversi aspetti. In che misura questo viaggio fu uno shock culturale per lui e quanto ha influito sulle sue scelte successive?

R: Credo che il concetto di frontiera sia di per sé qualcosa di molto insidioso, se non nefasto. Ammiro moltissimo Marco Polo perché, in un’epoca in cui viaggiare era molto pericoloso, ebbe la straordinaria qualità di ignorare le differenze culturali dei vari popoli e di guadagnarsi la fiducia del Gran Khan, al punto da diventarne ambasciatore. Marco Polo viaggiava in un modo estremamente moderno, scavalcando i confini e rompendo qualsiasi mentalità ristretta e chiusa. Ciò non significa che non ci siano storie che devono essere rispettate e difese, ma la vera bellezza sta in quelle persone che viaggiano senza portarsi dietro una nazionalità definita. Kapuscinski è così. In una sua pagina straordinaria racconta di quando, al ritorno dalla Cina, dovette fare i conti con un doganiere russo, il quale ispezionò tutti i chicchi del riso che aveva comprato per verificare che non contenessero qualcosa di illegale. Un dettaglio incredibile, che altri non si sarebbero mai sognati di notare e analizzare. È la capacità di sintesi di cui parlavamo prima, la stessa che aveva il nostro Tiziano Terzani. Quando cadde l’impero sovietico, Terzani si ritrovò per caso al confine tra Cina e Urss e, risalendo fino a Mosca, raccontò lo sgretolamento dell’Unione Sovietica – racconto che poi verrà pubblicato in Buonanotte Signor Lenin, uno dei suoi libri che io amo di più. Così sintetizzò in poche righe la caduta di un impero: “Ho viaggiato per tutta la Russia. Mi dovevo fare la barba e non ho trovato un pezzo di sapone in nessun negozio di questo immenso impero”. Da questa semplice frase si capisce perché l’impero è crollato. Si tratta di sintesi essenziali e minime che pochissimi riescono a fare. Non si può impararlo: o si nasce Giotto e si riesce a disegnare il cerchio perfetto, oppure usciranno sempre degli ovali.

D: Durante la sua carriera Kapuscinski ha corso parecchi rischi, dalla malaria alle guerre. Qual è, secondo lei, la necessità che lo ha spinto a continuare la sua professione malgrado tutto? E qual è la “ricchezza” che questi rischi possono dare?

R: In questo tipo di mestiere ci sono tanti Rambo più o meno mal riusciti, dall’abbigliamento al comportamento. Ma a volte anche chi non cerca necessariamente avventure fisiche ci si ritrova catapultato dentro e spesso, sfortunatamente, non torna indietro per raccontarle. È però più frequente il caso di chi, a causa di questo mestiere, viene minato nel fisico. L’agente letterario di Kapuscinski mi raccontava di quando lo andò a prendere all’aeroporto di ritorno da un suo viaggio in Africa e lo trovò in condizioni veramente disastrose. Anni fa Kapuscinski ha contratto la malaria, e non è mai riuscito a curarla del tutto. Se poi pensiamo che la sua patria è la fredda Polonia, terra di gelo e di neve, l’aver contratto questa malattia tropicale ha un che di simbolico: rende perfettamente l’idea di che tipo di reporter è stato Kapuscinski, uno che è riuscito a sussumere anche nel fisico le diversità del mondo. Questo mestiere può avere un costo molto alto, ma il vero reporter – come Kapuscinski – è colui che, una volta tornato a casa ammalato, stanco e ammaccato, non vede l’ora di ripartire perché non gli basta mai quello che ha visto e che ha saputo. Per farvi capire di cosa sto parlando vi racconterò un brevissimo aneddoto. Una sera Kapuscinski ed io ci ritrovammo a cena insieme ad altre persone: il camino era acceso, fuori imperversava un tremendo diluvio e io stavo raccontando qualcosa riguardo alla situazione sul confine tra Afghanistan e Pakistan. A un certo punto Kapuscinski mi strizzò l’occhio e mi fece capire che voleva parlarmi a tu per tu. Andammo fuori, sotto l’acqua, e lui mi chiese con tutto il suo entusiasmo, con tutta la sua urgenza di sapere, se potevo fornirgli altri particolari. È proprio questo tipo di curiosità - una curiosità sana, autentica, mai rimasticata – a costituire la base per compiere l’autopsia del mondo.