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| Anno IV - Numero 92- | ||||
Link ![]() Edizioni Clandestine ha scelto Gene per iniziare la sua campagna contro la pena di morte. Libero Barabba è il nome del progetto che la casa editrice ha sviluppato per aiutarlo. Chi desidera entrare in contatto con Gene può scrivere a: Gene Hathorn, #000800, Polunsky Unit, 3872 FM 350 South, Livingston, Texas 77351 (Usa). Oppure inviare una cartolina con su scritto: FREE BARABBA. NO EXECUTION FOR GENE HATHORN e indirizzarla al direttore del penitenziario [Polunsky Unit, 3872 FM 350 South, Livingston, Texas 77351 (Usa)] Per maggiori informazioni: Edizioni Clandestine, www.edizioniclandestine.com info@edizioniclandestine.com |
Gene Hathorn Una voce dal carcere “Si può leggere in internet il terribile crimine da lui commesso, nei trascritti del tribunale, negli articoli di giornali dell’epoca, oppure si può leggere il suo libro e rendersi conto dell’umanità che trasuda e del messaggio di speranza, della voglia di vivere e di giustizia, e ammirarne i progressi, nonostante le circostanze miserabili in cui è costretto a vivere”. di Donatella La Viola“Sono rinchiuso nel braccio della morte da sedici anni ed è sempre stato difficile, ma mai tanto come adesso. Ho visto circa duecentocinquanta uomini e due donne incamminarsi verso il patibolo ed è piuttosto triste per chi, come me, si sta sforzando di capire la passione degli americani per le sentenze di morte e le esecuzioni programmate. Ma altrettanto desolante è lo sgretolarsi inesorabile dello spirito umanitario che un tempo, almeno esteriormente, prevaleva tra le guardie e gli amministratori della prigione”. Così scrive Gene, da una prigione di massima sicurezza in Texas (lo stato in cui dal 1976 è stato eseguito il maggior numero di esecuzioni capitali) in una cella di cemento armato di due metri per tre, con sbarre e rete metallica, per 23 ore al giorno, da vent’anni. Gene ha sbagliato, ha ucciso e ora sta pagando. Ma a quale prezzo? Non sa quando avverrà la sua esecuzione, probabilmente a breve. Non gli resta molto tempo per raccontare questi lunghissimi anni di attesa e sfinimento umano. Non può neanche tentare di spiegare il perché del suo gesto, mancano i soldi per pagare un avvocato, uno di quelli che realmente cercano di far capire come la follia possa arrivare dopo sofferenze ripetute e insistenti. Gene ha ucciso il padre e la matrigna che tra l’infanzia e l’adolescenza hanno abusato di lui. C’è stato qualcuno che abbia detto questo ai giudici? Forse no, in un processo durato meno di due ore. Gene è reo di tre omicidi (c'è anche il fratellastro di Gene tra le vittime) ed è giusto che sconti la sua pena. Ma non una condanna a morte. Dead man walking è il titolo del libro che Gene Hathorn ha scritto per parlare di sé e di quello che si vive quotidianamente in un penitenziario di massima sicurezza, tra detenuti che sanno di preciso il giorno della loro morte. Il libro uscirà a maggio, pubblicato da Edizioni Clandestine, la casa editrice toscana che ha trovato in quest’uomo il modo per schierarsi contro la pena capitale. Francesca Manca ha curato l’introduzione al libro ed è anche la psicologa che si è recata in Texas per conoscere Gene e farsi portavoce della sua storia. Ora è tra i dieci nomi della lista delle persone che possono andare a trovarlo. Un elenco che può essere modificato solo due volte all’anno. D: Ci racconti il suo incontro con Gene, dottoressa Manca. R: Ho conosciuto Gene tramite un’associazione americana che sostiene e aiuta i detenuti del braccio della morte, i loro familiari e le vittime dei crimini. Questa associazione fa da tramite tra i prigionieri e il mondo libero. Da loro ho avuto l’indirizzo di un detenuto con cui corrispondere, per posta ordinaria, perché i detenuti così reclusi giovano del fatto di poter avere notizie dal mondo e sentire che ci sono persone che si interessano ancora a loro. Gene è rinchiuso in questo carcere da quando aveva ventiquattro anni, oggi ne ha quasi quarantasette. Ha trascorso più di vent’anni della sua vita confinato in una cella di cemento di pochi metri. Gene è stato condannato a morte, tramite iniezione letale, per aver ucciso, assieme ad un complice, il padre, la matrigna e il fratellastro di quattordici anni, Marcus. Il padre prima e la matrigna poi avevano abusato sessualmente e per lunghi periodi di lui. Io e Gene ci scriviamo regolarmente da circa sette anni, in media due lettere ogni mese, tre anni fa sono anche andata a trovarlo, e quando mi ha chiesto se potevo aiutarlo a trovare un editore per il suo libro in Italia sono stata felice di aiutarlo. D: Come è avvenuta, se lei l’ha seguita o le è stata accennata dall’autore stesso, la stesura di questa “biografia”, se così possiamo definirla? R: Gene scrive molto. Scrive per vivere, scrive per sopravvivere. Possiamo trovare nelle sue parole il ruolo nucleare, vitale, che è riuscito a darsi. Se Gene non si fosse, in questi vent’anni e più di detenzione, calato in questo ruolo, investito di questa missione di osservatore speranzoso in un mondo cinico e perduto, testimone della follia dell’umanità, vedendo una missione, un’utilità nelle cose che scrive, allora forse non sarebbe riuscito a resistere, probabilmente si sarebbe lasciato andare, soccombere dalla depressione, magari si sarebbe tolto la vita come fanno tanti altri detenuti. D: Perché entrare nel braccio della morte attraverso un libro? R: L’alternativa è indubbiamente molto più complicata. Finora siamo entrati in questi luoghi vedendo dei film, degli spezzoni fantastici mediati dagli occhi del regista. Questa è un’occasione per entrarci giovando di un prospettiva più reale: gli occhi di un detenuto che ci risiede da ventidue anni. D: Che cosa ci può lasciare sulla pelle, attraverso anche descrizioni di momenti quasi disumani all’interno del carcere, un uomo che è stato condannato a morte? R: Quando un uomo varca la soglia della prigione, di un braccio della morte nello specifico, sarà soggetto a un cambiamento: potrà scegliere di diventare un uomo migliore o un uomo peggiore. Gene ha scelto di migliorarsi. Ha sentito, e sente tuttora, un rimorso tremendo per quello che ha fatto, specialmente per la morte del fratellino. Ha scritto alle vittime del suo crimine ed ha espresso loro il suo dolore e il suo pentimento. Ha sbagliato e sta pagando. Tutte le ingiustizie e i soprusi che sta vivendo da allora, le privazioni di ogni tipo, l’isolamento affettivo, le condizioni disumane del carcere, tutto ciò non faceva parte della condanna. Inizialmente il mio approccio si è basato solo sulla convinzione di potergli essere di aiuto. Un rapporto a senso unico, io ti aiuto e tu puoi solo ricevere da me. Mi sono accorta, con gli anni, che non è così, che sempre più spesso è lui che aiuta me, con la sua forza, con il suo amore per la vita, nonostante le difficoltà, nonostante tutto. D: Che cosa ha cercato e cerca Gene in questo suo libro? R: Credo che la cosa importante sia questa: si può leggere in internet il terribile crimine da lui commesso, nei trascritti del tribunale, negli articoli di giornali dell’epoca, oppure si può leggere il suo libro e rendersi conto dell’umanità che trasuda e del messaggio di speranza, della voglia di vivere e di giustizia, della voglia di combattere per un mondo migliore, e ammirarne i progressi, nonostante le circostanze miserabili in cui è costretto a vivere. Ecco penso che Gene cerchi proprio questo. D: Oggi si può ancora parlare di perdono? R: Credo che, oggi come ieri, perdonare non sia facile. Ma credo anche che, chi sopravvive ad un crimine violento solo perdonando riceve la forza per andare avanti e per non rimanere intrappolato nell’odio e nella rabbia. Questi sentimenti ci fanno solo male. Come società dovremmo perdonare per non finire invischiati in un ciclo di vendetta e rivendicazioni. Ho da poco letto la domanda di una bambina di dieci anni, il cui padre era stato condannato a morte. Chiedeva, visto che il padre era stato giustiziato, perché aveva ucciso qualcuno, chi avrebbero dovuto uccidere loro per rispondere della sua morte. Hathorn, Gene Dead man walking Edizioni Clandestine In libreria a maggio |
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