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Enzo Bianchi
Compagno degli uomini Il nuovo libro di Enzo Bianchi fa il punto sull'identità del cristiano nella società globalizzata: "crocifissi e non crociati". L'intervista. di Luigi Bertolo
Lucidità intellettuale. Quando ti trovi a parlare con qualcuno di Enzo Bianchi alla fine ricorre sempre questa parola: lucidità. Enzo Bianchi è un personaggio raro. A suo modo atipico nella Chiesa cattolica. È il priore di una comunità monastica, la comunità di Bose, dove da anni si pratica, nei fatti e nella riflessione, una notevole apertura ecumenica.
E si respira proprio questa vita di comunione con gli altri, con i diversi da sé, nel suo ultimo saggio, Cristiani nella società. Il cristiano di cui scrive Bianchi è, letteralmente, il "compagno degli uomini, il cristiano che sta con gli uomini abitualmente, quotidianamente, ferialmente". I cristiani sono visti, quindi, non come guide ma come martiri, non "crociati" ma "crocifissi". "Sono preclusi ai cristiani tutti gli atteggiamenti di arroganza e di pretesa che li porterebbero a voler guidare con autorità il cammino degli uomini", di tutti gli uomini. Anche, anzi soprattutto: dei non credenti. In una delle pagine più emozionanti del testo, Enzo Bianchi, proprio parlando dei non credenti, scrive: "Il fatto stesso che ci siano dei non credenti è una grazia che ricorda che la fede cristiana non è totalitaria, non è impositiva. La fede si colloca nel registro della libertà, non della necessità".
Più e più volte è ribadita per i cristiani la necessità di una presenza reale, concreta nel mondo. Una presenza da "stranieri": è forte la critica verso l'identificazione fra cristianesimo e interessi nazionali, così come forte è il ribadire la necessità di un dialogo con le altre religioni basato sul riconoscimento reciproco della diversità. Diversità nella fede e diversità nell'assenza di fede, come abbiamo visto sopra, sono entrambe fonte di ricchezza per il credente. È significativo come una parola ferma di contrasto venga rivolta non tanto a chi non crede o a chi crede a un altro Dio ma ai "neospiritualismi, gli irrazionalismi e i sincretismi" vari che testimoniano il rinato bisogno del sacro che si manifesta (sottolinea Bianchi) "anche nella Chiesa", nella "sete di prodigioso, di miracolistico, di taumaturgico, di esperienze visionarie".
Nel libro c'è una mancanza. Manca un capitolo che parli, direttamente, della vita dei cristiani adulti letta secondo le categorie sacramentali del sacerdozio o del matrimonio. In altri termini: in un libro che parla di cristiani nella società mancano preti e sposati. È un'assenza non casuale, che dà la cifra di un intero modo di vedere il mondo. Alla fine, per Enzo Bianchi, quel che conta è la relazione che nasce dal cammino di uomini a fianco di altri uomini. Non è un caso, quindi, che, nell'intervista che ci ha rilasciato alla Fiera del Libro, sfumi di molto le caratteristiche di uno specifico "cristiano" per gli scrittori credenti. E non è un caso, anche, che in qualche modo rilegga l'affermazione fatta a pochi giorni dalla morte da Pier Vittorio Tondelli, secondo cui non è la scrittura ma la grazia che "salva".
D: Quale contributo può dare la lettura e la pratica della scrittura a trovare le risposte importanti sul nostro essere al mondo?
Non foss’altro perché è sempre una ricerca, un interrogativo, la scrittura è davvero una delle vie che gli uomini han trovato per la ricerca del senso, di quello che può essere dato loro di sperare. Attraverso la scrittura e la letteratura si è potuto immaginare nell’ebraismo e nel cristianesimo di avere la testimonianza di come Dio ha parlato agli uomini e di come gli uomini parlano a dio. Quando si dice Scrittura si vuol dire proprio la testimonianza della parola di Dio, il che mi sembra che confermi sia la via per eccellenza.
Lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, il precursore dei giovani scrittori italiani morto alla metà degli anni '80, qualche giorno prima di morire ha dichiarato che la letteratura non salva ma solo la grazia, che viene attraverso la fede. Spesso la scrittura viene vissuta come una dimensione di alienazione, di allontanamento dalla propria vita. Come vivere correttamente la propria dimensione di lettura e scrittura?
R: Tondelli negli ultimi tempi della sua vita ha avuto un'apertura verso il cristianesimo, peraltro già insito nella sua formazione. Ha sentito che la letteratura non bastava a salvare la sua vita. Io credo che attraverso la sua vicenda personale e la sua malattia egli abbia avuto bisogno di una salvezza poteva essere data dalla grazia e da Dio. Ma, al di là dell'affermazione di Tondelli, penso che proprio la via della scrittura sia un modo per salvare se stessi: nonostante per un cristiano la vera salvezza passi solo tramite Dio ma quando si scrive si compie in qualche modo un'epiclesi, un'invocazione in grado di richiamare tutta la propria realtà. Io credo che la via della letteratura e la via dell'arte presentino degli eventi di salvezza raccontabili più che in altri ambiti e che debbano essere assolutamente percorse.
D: Qual è il rapporto tra scrittura e silenzio, tra dimensione del silenzio e bisogno di comunicazione attraverso la parola scritta?
Basta guardare una pagina. Nella pagina ci sono dei segni in nero che sono le parole e ci sono degli spazi bianchi che sono il silenzio. Di fatto la scrittura emerge solo c’è un silenzio che l’accompagna. Non sono contraddittori silenzio e scrittura, silenzio e parola, ma l’uno permette all’altro l’emergenza, ne permette l’epifania.
D: La scrittrice americana Flannery O'Connor dichiarava di essere scrittrice in quanto cattolica. Se non fosse stata cattolica non avrebbe scritto una riga. Esiste uno specifico dello scrittore cristiano?
Uno specifico c’è ed è che quando narra che cosa può sperare il suo riferimento al cristianesimo, alla sua fede non può venire meno. Però la mia esperienza dice che anche in quelli che dicono di non avere la fede e fanno percorsi di ricerca di senso, di ricerca dell’uomo la via è poi sempre quella, unica, di chiedere costantemente all’uomo di umanizzarsi, di resistere alla barbarie e di trovare qualcosa al di là di questo mondo.
D: Come insegnare letteratura e scrittura?
Non so come insegnarle, io dico che vanno praticate e chiunque le pratica prima o poi trova che danno delle risposte alla ricerca che abita il cuore dell’uomo.
D: Nel suo ultimo libro si pone una domanda fondamentale: "Chi è il cristiano?". È possibile dare una risposta a questa domanda?
Non solo è possibile, è augurabile che di epoca in epoca ci si faccia questa domanda e si risponda tenendo conto dell’oggi e non solo dell’eredità del passato Certo, il cristiano è sempre colui che è alla sequela di Gesù Cristo, colui che cerca di imitarne la vita e che cerca di vivere la speranza. Però oggi deve farlo nella “Compagnia degli uomini”, nel confronto con una società complessa, nel confronto con l’alterità e con la differenza. Non viviamo più in un mondo di cristianità...
D: …quindi non più un'identità monodirezionale ma che emerga dalle sfumature
Sì e soprattutto non un’identità senza gli altri o contro gli altri. Perché l’identità deve essere sempre dinamica e deve essere sempre nel confronto con le altre che abitano la nostra storia e la nostra terra.
Bianchi, Enzo Cristiani nella società Rizzoli, 2003
pagg. 200, Euro 14.50
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