Letteratura e popular music
Un excursus su nomi, testi, canzoni del fecondissimo intreccio tra musica e letteratura
di Giancarlo Susanna

Non saremo certo i primi a ricordare che la musica - da molti considerata la più libera e pura tra le forme di espressione artistica - ha sempre avuto un legame molto stretto con la parola. Le storie più fantastiche, tramandate di padre in figlio per via orale, erano affidate al suono e al ritmo delle parole. Era più facile impararle. Era più facile mandarle a memoria. Soltanto quando la scrittura ha affiancato e poi sostituito completamente l'oralità - creando anche, fra le molte conseguenze, una divaricazione tra cultura "alta" e cultura "bassa" - la narrativa e la poesia hanno potuto vivere senza la musica. Quando si dice che la poesia fissata sulla pagina si muove secondo regole diverse da quelle che governano le parole di un'aria d'opera, di un recitativo o di una canzone, lo si fa quasi sempre lasciando trapelare che è in qualche modo "migliore" o "superiore".
In questo numero di Rai Libro ci occuperemo di come la narrativa e la poesia scritte si siano incrociate con la popular music, quella "musica di larga diffusione che circola attraverso media come il disco, la radio, la televisione" (Franco Fabbri, Il suono in cui viviamo, Arcana). E anche di come certe distinzioni siano state superate con il passare del tempo e il fondersi di vari linguaggi.

Se è vero quello che sostiene Alessandro Carrera nell'intervista realizzata da Andrea Monda e cioè che negli Stati Uniti "la poesia scritta, pur con le eccezioni della Beat poetry, si è ormai radicalmente allontanata da ogni cantabilità" e che "la forma di recitazione rituale che Ginsberg e gli altri beat poets cercavano nel loro lavoro è ormai scomparsa dall'orizzonte della poesia americana", è altrettanto vero che chi scrive canzoni ha spesso nel suo bagaglio di artigiano della parola qualche raccolta di versi del passato e che la Beat poetry non ha ancora esaurito la sua forza propulsiva... Tracce di grandi poeti come William Blake, Arthur Rimbaud, François Villon o William Shakespeare emergono nei songbook dei migliori cantautori di lingua inglese, mentre Eric Andersen, protagonista di alcune fra le più importanti opere della canzone d'autore americana degli anni '60 e '70 ha recentemente reso un sentito tributo agli anni d'oro di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e Gregory Corso con Beat Avenue, un lungo poema letto sul ritmo di una musica ipnotica e inquietante... La stessa cosa potremmo dirla per l'Italia: anche da noi la poesia scritta contemporanea ha pochissimo a che fare con la canzone, ma i nostri migliori cantautori conoscono bene Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli, Guido Gozzano
e perfino Ugo Foscolo e Giosuè Carducci.


E la narrativa? Provate a confrontare una di quelle "strane" canzoni che scrive Lou Reed - Street Hassle, per esempio - con una pagina di Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr. o un testo di Steve Wynn con un frammento di un romanzo di James Ellroy. E le influenze sono reciproche.
Quasi tutti gli scrittori americani e inglesi nati nei primi anni del secolo scorso hanno la popular music come un elemento ineludibile del loro paesaggio culturale e sonoro. Valgano per tutti gli esempi de I sotterranei di Jack Kerouac (uno dei suoi libri più intensi e febbrili) o di Sulla mia testa di James Baldwin, imperniato sulla vicenda tormentata del divo del gospel Arthur Montana e di suo fratello Hall, mentre ai nostri giorni appartengono Great Jones Street di Don DeLillo (il cui protagonista, Bucky Wunderlick sembra una sintesi tra Bob Dylan e David Bowie), Alta fedeltà di Nick Hornby, il misconosciuto Visioni rock di Lewis Shiner o Il Buddha delle periferie di Hanif Kureishi.
In Italia un vero e proprio giro di boa lo hanno segnato Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri e Andrea De Carlo intorno al principio degli anni '80. Nei loro libri non c'erano soltanto dei riferimenti espliciti alla cultura rock, ma anche un ritmo e un incedere che rimandava evidentemente alla musica che ascoltavano più volentieri. Enrico Brizzi, Giuseppe Culicchia, Andrea Demarchi, Marco Mancassola o Andrea Mancinelli - per citare i più amati dai giovani lettori del nostro paese - non fanno eccezione alla regola che vuole la popular music come un elemento essenziale della narrativa emergente degli ultimi vent'anni. De Carlo ha addirittura voluto aggiungere al suo ultimo romanzo, I veri nomi, un cd con dei brani composti ed eseguiti da lui stesso alla chitarra.

Spinti soprattutto dall'industria culturale, non sono poi pochi i musicisti che hanno accettato di misurarsi con la scrittura. La qualità dei risultati è ovviamente legata al talento dei vari personaggi coinvolti in queste operazioni di marketing culturale.
Uno dei casi più clamorosi è quello di John Lennon, indicato fin dai primi passi dei Beatles nel mondo dello spettacolo britannico, come il leader e l'intellettuale del gruppo. In His Own Write fu pubblicato nel 1964, andò molto al di là delle più rosee speranze degli editori - Jonathan Cape in Gran Bretagna, Simon & Schuster negli Stati Uniti e in Francia (En flagrant delire), Longanesi in Italia (Vivendo cantando) - e ottenne ottime critiche. I racconti surreali e nonsense di Lennon - alcuni dei erano già stati pubblicati sulla rivista "Mersey Beat" a partire dal 1961 - spinsero i recensori a scomodare Lewis Carroll, Edward Lear (il maestro dei limericks) e perfino James Joyce. Il riscontro positivo fece sì che Lennon - e i soprattutto i suoi editori - tentassero di ripetere il colpo e già nel 1965 veniva dato alle stampe il suo secondo libro, A Spaniard In The Works, che riprendeva gli spunti felici dell'esordio. Elementi di questo approccio alla scrittura - rimasti curiosamente estranei ai testi delle canzoni - emergeranno alla fine nelle composizioni del periodo psichedelico dei Beatles e in vedi e propri capolavori pop come "Strawberry Fields Forever", "A Day In The Life" o "I Am The Walrus".
Altrettanto emblematico dell'interesse degli editori americani e inglesi (ma non solo, come dimostrano le spericolate traduzioni in francese e in italiano) per gli esponenti di spicco della popular music è Tarantula di Bob Dylan.
Se fosse indispensabile individuare un solo artista tra quelli che hanno modificato profondamente la scrittura delle canzoni pop e rock, non si potrebbe fare a meno di scegliere Bob Dylan. E' vero che legami tra poesia, narrativa e canzoni erano già parte essenziale della storia della canzone francese - per non parlare della raffinatezza e dell'eleganza dei testi di Cole Porter o di Ira Gershwin o dei primi segnali provenienti dall'Italia - ma è con Dylan che, come scrisse Allen Ginsberg, la poesia fece il suo ingresso nei juke-box.
Tarantula ebbe una gestione lunga e complessa (Dylan resisteva alle pressioni degli editori, che volevano sfruttare il momento positivo di Like A Rolling Stone e Blonde On Blonde ): fu scritto nel convulso biennio '65/'66, ma venne pubblicato soltanto nel 1971, quando il suo autore sembrava essersi allontanato definitivamente da certe influenze (scrittura automatica, flusso di coscienza, Beat poetry, psichedelia). La prima edizione italiana è addirittura del 1973 ed è veramente strano che, riprendendo il libro nel 1996, Mondadori non abbia sentito la necessità di aggiungere un minimo di apparato critico, riproponendo il libro nello stesso modo e cambiando soltanto la foto di Dylan in copertina (risalente al 1969/70 e non al 1965/66: chi conosce un poco l'iconografia dylaniana sa che sembrano i ritratti di due persone diverse). Vista e considerata la posizione marginale di questo libro nella cospicua opera dylaniana, è comprensibile che ci sia una certa attesa per la più volte annunciata autobiografia del maestro di Duluth.

Sulla strada aperta da Lennon e Dylan troviamo dopo appena qualche anno Jim Morrison con le raccolte di poesie An American Prayer (stampata privatamente) e The Lords And The New Creatures (Simon & Schuster, 1971). Morrison aveva registrato dei reading senza riuscire a pubblicarli su disco. Furono i Doors a farlo, aggiungendo la musica alle sue letture e realizzando con il postumo An American Prayer (Elektra, 1978) uno dei dischi di rock poetry più celebrati e venduti nella storia della popular music.
Morrison, che aveva una concezione del testo e del suono strettamente legata alla teatralità dei gesti, alla sensualità della sua voce e alla fisicità della sua presenza fu tra i punti di riferimenti di Patti Smith, forse la più celebre tra i "poeti del rock". La sua produzione letteraria - in raccolte come Witt (Gotham Book Mart, 1973) o The Night, scritta a quattro mani con il chitarrista e leader dei Television Tom Verlaine (significativo nome d'arte di Tom Miller) - anticipa l'esordio discografico di Horses, vero e proprio manifesto della poesia rock. Nel convulso stile di Patti Smith si incrociano riferimenti tra i più disparati, che abbattono gli steccati tra cultura "alta" e "bassa" per creare un nuovo linguaggio. Tra i suoi libri pubblicati in Italia segnaliamo almeno Il sogno di Rimbaud e le prose di Mar dei coralli, dedicate al grande fotografo Robert Mapplethorpe.

Considerato un enfant prodige per i suoi Basketball Diaries, un vero caso letterario negli Stati Uniti nel 1970, Carroll ha esordito su disco come cantante e leader di un gruppo rock soltanto nel 1980 con Catholic Boy , un album da molti considerato all'altezza delle cose migliori di Patti Smith. Ricordiamo ancora i racconti di Pete Townshend nella raccolta Horse's Neck (Faber And Faber, 1985), pubblicata in Italia da Minimum Fax; le liriche e i racconti di Steve Kilbey (leader degli australiani Church): Earthed (stampato privatamente, 1987); Book Store di Lee Ranaldo (dei Sonic Youth) (Hozomeen Press, 1995) e The Haiku Year (Soft Skull Press, 1998), un'antologia di haiku realizzata fra gli altri da Michael Stipe (dei R.E.M.) e Grant Lee Phillips (dei Grant Lee Buffalo) .
Un discorso più approfondito - che ci riserviamo di fare in una serie di monografie dedicate da RaiLibro a questi personaggi "trasversali" - meriterebbe Nick Cave, di cui ricordiamo And The Ass Saw The Angel (Black Spring Press, 1989), pubblicato in italiano da Arcana e Mondadori.

Fra i molti musicisti italiani - soprattutto cantautori - che si sono cimentati nella scrittura di prose, racconti e romanzi vorremmo segnalare quelli che ci sono sembrati i più motivati e interessati alla scrittura in tutti i suoi aspetti, a partire da Enzo Jannacci, che nel lontano 1974 ha pubblicato con il grande giornalista Beppe Viola L'incompiuter: "testi, annotazioni di viaggi impossibili, rivelazioni di una città incredibile, storie di personaggi improbabili" (dalla quarta di copertina).
Da un'altra collaborazione - quella tra Fabrizio De André e Alessandro Gennari - è nato Un destino ridicolo, recentemente ristampato da Einaudi in edizione tascabile, ma uscito originariamente nel 1996.
Molto interessante la scelta di Ivano Fossati di pubblicare Il giullare - un apologo sulla condizione dell'artista nella cultura occidentale - nei Millelire di Stampa Alternativa, e di Claudio Lolli di esordire nella narrativa con Transeuropa, mentre è stata condizionata dalle logiche commerciali di cui abbiamo parlato la decisione di Sergio Endrigo di dare alle stampe il suo Quanto mi dai se mi sparo? con un piccolo editore svizzero. Del suo romanzo, ironico e amaro ma anche divertente, abbiamo parlato con l'autore in una delle interviste che corredano questo articolo.

I libri di Francesco Guccini, Luciano Ligabue e Roberto Vecchioni hanno avuto un'ottima esposizione grazie all'interessamento degli editori e dei media e RaiLibro cercherà di approfondire con gli autori in uno dei prossimi numeri.
Anche alcuni i protagonisti della stagione più recente del nuovo rock italiano hanno tentato la via della narrativa e se per Emidio Clementi, fondatore e leader dei Massimo Volume, si è trattato di un passaggio in un certo senso naturale e prevedibile, per altri - da Manuel Agnelli a Cristina Donà, da Morgan (Bluvertigo) a Stefano Sardo (Mambassa) - di una piacevole sorpresa.

Last but not least è l'omaggio che molti artisti dell'area della popular music hanno reso e rendono a poeti e scrittori. Andiamo a memoria, perdonateci possibili dimenticanze... Donovan si è misurato con William Shakespeare, Lewis Carroll e con il repertorio delle nursery rhymes britanniche; John Cale, ha messo in musica due liriche di Dylan Thomas; il folksinger inglese Peter Bellamy ha dedicato uno dei suoi dischi migliori a Rudyard Kipling; i Blue Aeroplanes (e il loro poeta/cantante Gerard Langley) hanno affrontato con successo liriche di W. H. Auden e Sylvia Plath; il folksinger scozzese Dick Gaughan, da sempre innamorato del poeta Robert Burns; Lou Reed ha sempre citato tra i suoi ispiratori Delmore Schwartz (suo insegnante all'università), ha intervistato Hubert Selby Jr. e ha reso un omaggio a Edgar Allan Poe con il recente album The Raven; la cantautrice scozzese Eddi Reader ha appena fatto uscire un album tutto dedicato a Robert Burns...
A proposito di "dischi tributo", non possiamo dimenticare il doppio cd "Closed On Account Of Rabies - Poems And Tales Of Edgar Allan Poe" (Mercury, 1997), ideato e prodotto da Hal Willner, con la partecipazione, tra gli altri, di Marianne Faithfull, Iggy Pop, Gavin Friday e Jeff Buckley.
Tra gli artisti italiani segnaliamo almeno Fabrizio De André (con l'album dedicato all'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters) e ancora Sergio Endrigo (con le sue collaborazioni con Vinicius De Moraes, autore fra l'altro dei testi delle più belle canzoni di Antonio Carlos Jobim, e Gianni Rodari)...

Un caso del tutto atipico è quello di Leonard Cohen, che - essendo un poeta e un romanziere prima che un cantautore - è riuscito a eccellere in ogni cosa che ha realizzato nella sua lunga vicenda artistica. il suo Beautiful Losers sta finalmente per essere ripubblicato ed è già sugli scaffali delle nostre librerie la raccolta di versi L'energia degli schiavi.

E se abbiamo in qualche modo privilegiato nella nostra sintetica analisi l'Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti - Allen Ginsberg ha collaborato con Bob Dylan e con i Clash; William Burroughs con Kurt Cobain - un richiamo alla Francia e ad artisti come George Brassens, Léo Ferré, Jacques Brel (che era belga, ma scriveva in francese) o Serge Gainsbourg non vi appaia marginale. Una delle canzoni più belle della popular music, quella in cui l'equilibrio fra musica e versi raggiunge un livello pressoché inimitabile, è pur sempre Les feuilles mortes, firmata dal poeta Jacques Prévert e dal compositore Joseph Kosma. Il panorama editoriale italiano è straordinariamente povero nei confronti dei "cugini" d'oltralpe, ma faremo un tentativo di analisi della grande canzone francese in uno dei prossimi numeri.



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